BLOG
Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

35° Torino Festival/2 - Sibilia non ad honorem
​e amori che non sanno stare al cinema

Infornata di cinema italiano nella seconda giornata del Torino Film Festival. E certo non brillante. Ma nemmeno altrove la luce è potente.
AMORI CHE NON SANNO STARE AL MONDO di Francesca Comenicni (Festa mobile) – Claudia (Lucia Mascino) è una donna esuberante, irrequieta, spesso irruenta nel modo di gestire gli affetti, il lavoro, le relazioni sociali. Flavio (Thomas Trabacchi) è un uomo freddo, cinico, calcolatore, che non vuole mai essere sorpreso dai sentimenti. Si incontrano, meglio si scontrano, durante un meeting con gli studenti, e il giorno stesso, dopo una lite furibonda, decidono di mettersi assieme. La voglia di un figlio da parte di Claudia è il primo intoppo, ma la relazione, che arriva a un passo dal matrimonio, si frantuma ed ognuno cerca strade diverse per amare. Traendolo da un suo romanzo, Francesca Comencini disegna, in apparenza, una stratificata e complessa relazione, ambiziosamente deragliata dai canoni convenzionali di un dramma poco originale, puntando sull’opposizione dei caratteri. Ma le idee non appoggiano la sceneggiatura e la sceneggiatura fa altrettanto con la messa in scena. Ne esce un film forzatamente nevrotico, con un situazionismo slabbrato e spesso più pensato che reale, toccando peraltro troppi temi (femminismo, lesbismo eccetera) e azzardate soluzioni (un paio di scene di sesso) con una superficialità che sbilancia il racconto e rende vano lo sforzo. La Mascino a tratti sembra echeggiare la Bruni Tedeschi de “La pazza gioia”, ma le manca il timbro veramente anarchico. In definitiva è come si sente nella canzone dei titoli di coda: dialoghi improbabili, situazioni impossibili. Un male sintomatico ricorrente in diversi film italiani. Insomma: amori che non sanno stare al cinema. Voto: 4.
L’ALTROVE PIU’ VICINO di Elisabetta Sgarbi (Festa mobile)
– La Slovenia, a due passi dal Nordest, attraverso i ricordi, i racconti e la musica di personalità della cultura e della gente comune, da Claudio Magris a Paolo Rumiz, dal maestro igot Coretti-Kuret al poeta cieco Alojz Rebula, con la voce off di Toni Servillo e le musiche scelte da Franco Battiato. Un viaggio troppo breve (50’) per cogliere l’essenza di una nazione, così vicina così lontana, storicamente e culturalmente non solo da noi, ma anche dal resto della ex Jugoslavia. La Sgarbi si accontenta di qualche ricamo. Voto: 5.
SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM di Sydney Sibilia (Festa Mobile)
– Terzo capitolo (girato in contemporanea con il secondo) di una trilogia che al primo assalto provocò interesse e divertimento, al secondo già batteva in testa e al terzo, nonostante qualche momento esilarante, non sa trovare una ragione di esistere, se non nella speranza di un buon successo commerciale. Stavolta assistiamo a un’evasione collettiva dal carcere di Rebibbia della banda di ricercatori, per tentare di sventare una strage per vendetta alla Sapienza. Non cambia nulla, nemmeno la costante acida della fotografia (qui invero non più necessaria come nel primo capitolo, ma ormai marchio di fabbrica). E stancamente si va a chiudere. Pur tra qualche risata. Voto: 6.
FINAL PORTRAIT di Stanley Tucci (Festa mobile) –
Lo scrittore americano James Lord accetta di posare per il grande pittore e scultore Alberto Giacometti. Dovrebbe trattarsi di una faccenda breve (non più di qualche ora), ma la sosta a Parigi diventa interminabile per il carattere lunatico dell’artista. Tucci affronta il tema delle creatività artistica (e anche la sua opposta distruzione) e il rapporto ambiguo che lega ogni artista ai propri modelli, in un parallelo di attrazione sempre rischiosa. E mette a nudo come l’uomo sia un’altra cosa rispetto all’artista, qui colto nei suoi atteggiamenti moralmente discutibili e nei suoi affetti devastanti. Nella sua essenza un film interessante, con uno sguardo appassionato, fortunamente più avvincente rispetto al recente Rodin di Jacques Doillon: qui è tutto più vivo perché la morte è sempre dietro l’angolo. Molto bravo Geoffrey Rush. Voto: 6.5.
KINGS di Deniz Gamze Ergüven (Festa mobile) –
La Los Angeles 1992, devastata dalla rivolta black, dopo il pestaggio di un ragazzo nero da parte della polizia. Certo a ridosso dell’uscita di “Detroit” il film perde quella carica emotiva, che dovrebbe tenere vivo il suo approccio veemente e adrenalinico ai fatti di sangue accaduti. Halle Berry è una mamma coraggio che si prende cura di ragazzi randagi e Daniel Craig, lontano dalle raffinatezze bondiane, è l’unico bianco che si aggira tra afroamericani e asiatici. Ma ha il cuore d’oro anche lui. Dalla regista di “Mustang” tanto caos, che a volte nasconde la mancanza d’altro. Voto: 5,5.

 

Lunedì 27 Novembre 2017, 10:34
COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti