Cannes 76, giorno 9. Tokyo rivitalizza Wenders La scandalosa Breillat non fa più scandalo

Cannes 76, giorno 9. Tokyo rivitalizza Wenders La scandalosa Breillat non fa più scandalo
Penultima batteria di film. Spunta Wim Wenders ed entra nella lizza dei papabili. Non altrettanto si può dire della Breillat. ...

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Penultima batteria di film. Spunta Wim Wenders ed entra nella lizza dei papabili. Non altrettanto si può dire della Breillat.

PERFECT DAYS di Wim Wenders (Concorso) – Tokyo. Hirayama è un uomo probabilmente vicino alla pensione. La sua occupazione è molto umile: pulisce i cessi pubblici, sparsi per la capitale. Si alza al mattino e tra una fermata e l’altra nei posti di lavoro, si sofferma a mangiare qualcosa, spesso al parco, scatta delle fotografie, generalmente ad alberi, e prima di tornare a casa si lava nei bagni a pagamento. Ha alcuni passatempi: fare dei giri in bicicletta, leggere e ascoltare musica anni ’60-’70, attraverso le musicassette. Una vita prettamente analogica. Raramente ha incontri: una donna che ogni tanto osserva al parco, una nipote che viene a trovarlo, un istrionico collega di lavoro che si licenzia presto, un uomo ammalato di cancro. Wenders torna in Giappone, dopo Tokyo-Ga, e quindi soprattutto a Ozu (il nome del protagonista arriva direttamente da “Il gusto del sakè”); e torna a Cannes dopo 15 anni dall’allora “Palermo shooting” con diverso materiale: oltre a “Perfect days”, in corsa per la Palma, ecco il documentario “Anselm”, in parte girato anche a Venezia, sull’artista tedesco Kiefer e la partecipazione a “Chambre 999” di Lubna Playoust, eco di quel suo “Chambre 666” di 40 anni fa, riflessione sul cinema. “Perfect days” è un film contemplativo, vagamento nostalgico di un mondo passato che il protagonista continua a vivere, attraverso l’arte (la lettura, la musica) e la natura, parco nelle sue manifestazioni sociali (parla poco, molto spesso è in silenzio), come a crearsi una protezione dalla realtà contemporanea, accettata solo nella forma-lavoro. Wenders torna al suo cinema migliore, anche se lo sguardo è ormai quello posato del maestro e non curioso del giovane regista: un “nel corso del posto” reale e sognato (con inserti struggenti in bianco e nero), tra una hit degli Animals o di Lou Reed (canzone che dà il titolo al film), di Nina Simone o di Janis Joplin, colonna sonora eterna (e mai banale, nonostante la fama). Straordinario Kōji Yakusho, nel ruolo del protagonista. Uno dei film più meritevoli di premio, un film umanista al pari di quello di Kaurismäki. Voto: 8.

L’ÉTÉ DERNIER di Catherine Breillat (Concorso) - Anne (una brava Léa Drucker) è una brillante avvocatessa, che difende soprattutto ragazze vittime di soprusi. Vive con il marito Pierre e due bambine, alle quali si aggiunge presto l’adolescente Pierre, nato dal primo matrimonio del marito. Pierre è un ragazzo sfrontato, ribelle e attraente. Anne ne subisce presto il fascino, che fa precipitare la situazione. Breillat mantiene intatta la sua vena provocatoria, ma ormai i colpi girano piuttosto a vuoto. E anche se qui torna in ballo la borghesia che accetta tutto pur di salvare se stessa (si veda la scena finale), il rapporto tra madre adottiva e adolescente, stimolato da scene di sesso che un tempo la Breillat avrebbe reso meno pudiche, sembra assecondare soprattutto il desiderio ossessivo della regista a mantenere il suo status scandaloso, non aiutato da una sceneggiatura poco brillante, facendo quasi rimpiangere certi lavori di Larry Clark, che almeno non indietreggiava davanti all’audacia dei corpi. Voto: 4,5.

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Il Gazzettino