Chris Cornell, il suo ultimo concerto nella Capitale: «Canto con la grande bellezza di Roma nel cuore»

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Chris Cornell, il suo ultimo concerto nella Capitale: «Canto con la grande bellezza di Roma nel cuore»

di Simona Orlando

Sgabello, chitarra e gran voce. Tra le più belle del rock. Così Chris Cornell si presenta nel tour di Higher Truth, martedì a Milano e domani a Roma, Auditorium Parco della Musica. Nella capitale ha abitato per sei mesi ed era ora la vivesse da sopra un palco. In scena è da solo, per oltre due ore delle meraviglie, tra cover di Dylan, Led Zeppelin, Beatles, e brani nati nelle sue tante mutazioni, dai Soundgarden, fabbri del grunge nei '90 insieme a Nirvana e Pearl Jam, a Temple Of The Dog e Audioslave. È appena entrato nella colonna sonora della serie Vinyl, ha venduto oltre 30 milioni di dischi e forgiato una categoria di rocker che cantano "alla Cornell", grazie a corde vocali benedette che rendono il live imperdibile.

Come sarà Higher Truth in acustico?
«Naturale. Per necessità, con i Soundgarden, componevo cose minimali che poi diventavano sonicamente grandi sul palco o in studio. Adesso la mia è una scelta di essenzialità».

Lei ridà dignità alle cover, maltrattate nei talent. Come le sceglie?
«Per la bellezza o perché sono legate ai miei ricordi. L'interpretazione le trasforma. Quando Johhny Cash rifece la mia Rusty Cage fu un onore e una lezione su come una cover possa diventare originale. Diede un arrangiamento e un suo senso alle mie parole. È praticamente sua».

Cantando i vecchi brani non si stupisce di come, da ragazzini, si possano scrivere cose importanti?
«Ad ogni disco dei Soundgarden, i critici scrivevano che eravamo cresciuti artisticamente. Non ne sono sicuro. Sono migliorato vocalmente, ma nei nostri primi provini c'è una sensibilità eccezionale».

Tipica dei giovani. Perciò il tour finanzia la sua fondazione benefica?
«La cosa più urgente sono gli adulti di domani, così a Seattle aiutiamo bambini problematici o senza casa. Per quelle strade sono stato un adolescente inquieto, pessimo a scuola e nello sport. Mi interessava solo la musica».

Gli Stones a Cuba hanno fatto notizia. Lei con gli Audioslave ci andò nel 2005.
«Era impossibile organizzare un concerto lì, perché eravamo una band americana. Non capivo perché non ci provassero gruppi famosi come U2 e Stones, che già se lo potevano permettere. Fu un incredibile scambio culturale ma ci vietarono di annunciare lo show fino al giorno prima. Fidel diede l'ok all'ultimo e, senza promozione, a L'Avana si presentarono in 64.000. Fu un traguardo».

Riprenderà con i Soundgarden?
«Presto. La cosa bellissima è che i due progetti non si confondono mai. È rinfrescante tornare con la band, dopo un tour così introspettivo. Sono fortunato, a 51 anni, a potermi permettere questa espansione creativa».

Com'è stato vivere a Roma?
«Ho iscritto i miei figli a scuola lì ed è stato eccitante, l'opposto della nuovissima Seattle, tutto meno veloce e più riflessivo. Forse perché con tanta bellezza attorno, devi avere il tempo di contemplarla. All'Italia sono molto legato. A fine anni '80 fu la prima ad amare il nostro esordio "Ultramega Ok". Fu la nostra prima esperienza di successo fuori America».

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Giovedì 18 Maggio 2017, 11:33






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