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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 8. Come canta Napule
​Manetti, riscatto Italia tra canzoni e pallottole


Se canta Napule, l’Italia fa bella figura. Dopo la bella animazione di “Gatta Cenerentola”, dove la fiaba di Basile passa attraverso canzoni e pallottole camorristiche, ecco in Concorso “Ammore e malavita” dei Manetti Bros, che vive della stessa location e della stessa anima: senza dubbio il migliore degli italiani dei tre già visti e anche se ci voleva poco, in assoluto è un risultato di merito. Nella giornata dedicata alla violenza, arriva anche quella di stampo razzista in un western australiano senza sorprese, ma dignitoso nel suo impatto politico e visivo.
A Napoli il tentativo di eliminare Don Vincenzo ‘o re d’o pesce” fallisce. Ma la moglie escogita un piano per farlo credere morto, sperando così di lasciare la città e rifugiarsi in una bella spiaggia caraibica. Allora Donna Maria mette in scena un finto funerale, dove in realtà ci sta comunque un morto, un sosia del proprio marito. Ma la fuga è tutt’altro agevole. Raccontato in un lungo flash-back conferma il talento dissacratore ed eccessivo dei fratellli Marco e Antonio, in un divertente e pirotecnico calderone tamarro dove si sommano Gomorra, Hong Kong, il musical, sparatorie e melodramma, finzioni e tradimenti, morti che cantano, inseguimenti e amori ritrovati. Se le canzoni di Pivio & Aldo de Scalzi sono una componente essenziale (musicalmente tutte belle), dove Raiz degli Almamegretta è la voce trainante, la singolare centrifuga di elementi porta la vicenda a snodi narrativi puntuali, grotteschi e spassosi, dove anche gli interpreti sono impeccabili, da una notevole Claudia Gerini al perfetto Carlo Buccirosso, ma l’intero cast è perfetto. Certo si potrebbe ricordare come già vent’anni fa Roberta Torre portò a Venezia un’opera come “Tano da morire” che scatenò entusiasmo e ilarità, assai simile per intuizione e ingredienti; si potrebbe anche aggiungere che forse “Song’e Napule” fu più sorprendente e che qui la prima parte non è così fluida come la seconda; ma si corre verso un finale con un crescendo irresistibile. Innegabile comunque che il divertimento (intelligente) sia assicurato anche da un regia ispirata. Niente miracoli, per carità, però nemmeno a confronto del senile viaggio americano di Virzì o la sconcertante presunzione d’autore di Riso. E insomma anche l’Italia alza la voce. Meno male. Voto: 7.
Dall’Australia arriva invece un western minimalista di Warwick Thornton, dove un guardiano aborigeno che abita con un bianco cristiano che non lo tratta da schiavo, uccide un proprietario terriero per leggittima difesa. Costretto a scappare, cercherà successivamente di ottenere giustizia. Isolata in un paesaggio magnifico e spietato, questa piccola comunità, dove il razzismo impera (siamo nel 1929), si ritrova a fare i conti con una giustizia ancora minata dall’odio. E a comandare spesso sono, oltre ai ricchi bianchi, anche i militari, mentre gli uomini di legge sono guardati con sospetto. Pur in un contesto piuttosto risaputo, una regia sensibile e un tema comunque spinoso trovano un interesse meritato, con alcuni momenti significativi (il deserto bianco, la proiezione notturna, il processo). “Sweet country” (Dolce Paese), in senso antifrastico, alla fine è un film dignitoso che contribuisce a spiegare quanto sia sempre difficile abbattere le barriere culturali. Voto: 6.
Infine in Orizzonti visto il singolare “La nuit où j’ai nagé” (La notte in cui nuotai), di Damien Manivel e Kohei Igarashi, senza dialoghi, dove un bambino andando a scuola si mette a girovagare sui campi innevati. Non senza una purezza di sguardo, tuttavia è un po’ troppo scolastico per colpire davvero. Voto: 5,5.

Giovedì 7 Settembre 2017, 07:50
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