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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Né giganti, né bambine:
la vera poesia è di un autista



La desolazione quotidiana in un geometrico, esemplare ritratto di una coppia nella provincia americana di un autista di bus (Adam Driver, nomen omen, che porta anche lo stesso nome della cittadina Paterson) con il cuore di un poeta; e della sua compagna, con l’ossessione per il bianco e nero (anche al cinema) che sogna di diventare una cantautrice, infornando ogni giorno cupcake.
Sette giorni scanditi dalla ripetitività dei gesti, delle azioni, dei luoghi, dove se non succede quasi nulla, ma il minimalismo narrativo e poetico contiene il senso della vita, con tutti i suoi perché inevasi. Lo sguardo di Jim Jarmusch conferma la statura di grande regista, con un paesaggio urbano e umano disarmante e affettuoso, lunare nella sua essenza, un cane capace di diventare personaggio autentico (con una gag geniale) e un amore totale per il cinema (qui il richiamo più immediato è a Ozu) e un dialogo finale su una panchina con uno sconosciuto nipponico, quintessenza filosofica di tutto il film. A Cannes avrebbe meritato la Palma: non ha vinto nulla. Misteri delle giurie. Imperdibile.
Stelle: 5


Il GGG”, che sta per Grande Gigante Gentile, secondo film d’animazione di Steven Spielberg, dopo “Le avventure di Tintin”, il primo a targa Disney, è sostanzialmente un incrocio di due solitudini dovute alla diversità. La prima appartiene alla bambina Sophie, che vive in un orfanotrofio a Londra: trasgredendo le regole severe imposte dall’Istituto, la piccola Sophie finisce con l’essere rapita da un gigante e portata nella sua terra. La seconda è ovviamente quella del gigante, che contrariamente a tutti i suoi fratelli che si nutrono di carne umana, è vegetariano e quindi non ha nessuna intenzione di pranzare “con” la piccola Sophie. Su questi snodi di infinita tenerezza, i due diventano ben presto amici, nonostante la minaccia da parte degli altri giganti nei confronti della bambina, che deve continuamente nascondersi, diventi sempre più sensibile.
Traendolo dal libro omonimo per l’infanzia di Roald Dahl, scrittore britannico dalla vita fin troppo tormentata e autore già frequentato più volte dal cinema (“Willy Wonka”, “La fabbrica di cioccolato”, “Fantastic Mr. Fox”), Spielberg adagia soavemente la sua poetica più semplice e sincera, che solo apparentemente sembra essere il controcanto ludico di un grandissimo regista, che riesce a penetrare con lucidità anche negli inconsolabili dolori della storia, da “War horse” a “Lincoln”, fino a “Il ponte delle spie”, solo per restare agli ultimi tempi, dove il suo sguardo appassionato ha la forza di accendersi nella realtà e nei sogni, scoprendo “mondi” terribili o meravigliosi (spesso confondendoli) con lo stupore di appartenere a qualcosa di più grande, nel bene e nel male, delle nostre capacità.
Qui il padre di “E.T.” spalanca il luogo della fantasia, aiutato anche dalla scrittura della fedele Melissa Mathison (scomparsa poco prima che il film fosse ultimato) e dalla mirabile fotografia dell’altrettanto fidato Janusz Kaminski: si aggira ironicamente tra le stanze di Buckingham Palace a cospetto della Regina, ma gioca anche con qualche aspetto più greve e lascia semmai perplessi nell’esuberante parte bellica, che ricorda molti interventi militari americani ed europei in territori altrui.
Alla fine, però, la sensazione di aver visto uno Spielberg che non entusiasma c’è. Certo ci si diverte e la favola ha gli spunti ideali per sorprenderci. Tuttavia manca il respiro dei suoi grandi film e la parte nella dimora monarchica inglese è quasi ingenua nel cercare la gaffe che scateni la risata, pur mostrando una benevolenza per l’inadeguatezza del personaggio all’ambiente. Resta comunque tutto l’apparato fantastico, sempre di prim’ordine e capace ancora, attraverso il cinema, di portarci nei territori dove l’incanto possa prendere il sopravvento. Stavolta un po’ meno.

Stelle: 3
 

Giovedì 29 Dicembre 2016, 00:11
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