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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

La Bella e la Bestia non si guadagna la vita
Loving anonimo, Autopsy vale la metà


Se non altro, copiano se stessi. Nella smania sempre più incontenibile di una Hollywood pronta a sfruttare l’ennesimo remake, magari di qualche riuscito e apprezzato film extra-americano (buon ultimo arriverà il Toni Erdmann con Jack Nicholson), dimostrando da tempo la sua fragilità a scoprire, percorrere e anticipare nuovi sentieri, la Disney continua nell’operazione di riciclare suoi vecchi film, trasformando l’animazione di allora con personaggi reali.
Ma se il precedente “Libro della giungla” era riuscito a catturare anche nella versione live action tutto lo spirito avventuroso di una leggendaria contaminazione tra uomini e animali, natura e cultura, “La bella e la bestia” in questa versione diretta di Bill Condon sembra aggravare le perplessità nate dopo la “Cenerentola” di Kenneth Branagh, che almeno aveva cercato uno scarto autoriale nell’approccio filologico al cartoon. Così invece la trasposizione del film disneyano del 1991, già lontano dalle sofisticate suggestioni del celeberrimo lavoro di Jean Cocteau del 1946, diventa un puro e soprattutto inutile ricalco, dove la sola Emma Watson sembra possedere una freschezza consapevole, nella sua totale innocenza; non così la “Bestia”, digitalmente distante sia da ogni paura, sia da ogni eventuale tentazione di tenerezza. E se mette un po’ di tristezza Kevin Kline, sempre più lontano da ogni pesce e da ogni Wanda, relegato nella parte del padre umiliato dal perfido Gaston, quello che sembra alla fine funzionare meglio è ancora il carosello degli oggetti parlanti, che fa ritornare prepotentemente tutta l’operazione nella sua originalità d’animazione, anche se in mano alla “disneyana” Pixar ne sarebbe uscita di sicuro una ben più scoppiettante sarabanda di invenzioni alla Toy story.
Alla fine “La bella e la bestia” si rivela per quello che è: una fiacca operazione commerciale, un remake che vorrebbe ancora stordire tra canti e balli, ma che rischia di far parlare di sé soltanto per il dosaggio queer mai così esposto, che va anche oltre lo stretto legame amicale tra Gaston e LeFou e che sta dando nuova linfa ai fautori della fantomatica teoria del gender. Certo la magia fiabesca regge sempre, l’impatto emotivo vive di luci e colori, le nuove generazioni forse si appassionano. Ma l’aria che tira è quella polverosa, che nessun piumino sembra in grado di togliere.
Stelle: 2


LOVING: QUEL MATRIMONIO NON S'HA DA FARE - Virginia, fine anni ’50. Il bianco Richard sposa in un altro Stato la nera Mildred, rimasta incinta. I due vengono arrestati e allontanati dallo Stato (pena una reclusione lunghissima), che metteva all'epoca fuorilegge i matrimoni interazziali e gli eventuali figli.
Un film nobile e onesto, ma decisamente convenzionale, senza sussulti, con una recitazione altrettanto piatta di Joel Edgerton e Ruth Negga, che rivendica la giusta causa che oggi si potrebbe allargare ad altre categorie, dimostrando che il tempo non risolve i problemi di base, cambia solo gli interpreti. L’unico brivido autentico di tutto il film è l’ingresso in scena di Michael Shannon, attore feticcio del regista, come fotografo di “Life”.
Jeff Nichols con “Loving” conduce ancora una volta lo scandaglio di un ambiente familiare, stavolta partendo da uno sguardo esterno, ma non riesce a trarre autentica forza dal racconto, nel quale si perdono le precedenti prove di autorialità, soprattutto quella evidenziata in “Take shelter”. Non basta l’indignazione: qui manca l’audacia di evitare la trappola del “formato per tutti”, una classicità perfino noiosa, che certo dà respiro ampio alla storia ma in qualche modo la ingabbia in tappe troppo puntuali. Insomma: per non rischiare, si finisce col diventare un po’ anonimi. 
Stelle: 2½


AUTOPSY: KAMMERSPIEL TEORICO, NON TROPPO - Nel seminterrato della propria villetta, adibito a cella mortuaria e sala per le autopsie, padre e figlio si accingono a indagare sul corpo intatto di una donna, che svelerà possedere misteri profondi. La prima parte di “Autopsy” è quasi un saggio sugli elementi dell’horror: non è indifferente la capacità del norvegese Øvredal nello sfruttare un kammerspiel teorico, dove più che le azioni contano le sensazioni che queste possano accadere, servendosi del cadavere come contenitore svelante della storia. Purtroppo la seconda parte funziona proprio su tali azioni, finendo col banalizzare le paure, tra ritualità e stregoneria ormai abusate.
Voto: 2

Venerdì 17 Marzo 2017, 23:34
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