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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Il dilemma morale della vendetta
Farhadi e un "giallo" politico sull'Iran di oggi



Il cinema di Asghar Farhadi, regista iraniano arrivato in breve tempo al prestigio internazionale non solo per “Una separazione”, il suo capolavoro di qualche anno fa, è fatto soprattutto di scrittura, di parola. La funzione dei dialoghi è primaria e assoluta: di fatto è come sostituisse con essi, quello che altri registi fanno con l’azione. E forse oggi nessuno come lui sa descrivere personaggi, ambienti, situazioni con la forza del linguaggio, dove ogni dettaglio è fondamentale.
Con "Il cliente" siamo di nuovo a Teheran, dove Farhadi è tornato a girare dopo la pausa francese de “Il passato”. Costretti ad abbandonare la propria casa, perché pericolante, due coniugi (Emad e Rana) trovano temporanea dimora in un nuovo edificio grazie a un amico, che però tace di una precedente inquilina. Ma una sera credendo di aprire la porta al marito, la moglie viene aggredita da uno sconosciuto. Ancora una volta la scena è dominata da una comunità (il gruppo di amici di “About Elly”, il primo film che ha dato una certa notorietà al regista) o da una famiglia, dove elementi esterni o contaminazioni dovute al tempo e ai rancori, minano prepotentemente la situazione. Qui il disturbo della quiete quotidiana è portato all’inizio da un “fantasma”, ma è chiaro che a essere determinante non è il mistero, ma il dilemma morale (vendicarsi sì o no?)  che si pone una volta smascherato il colpevole, una tensione etica dove l’azione da giallo e thriller, dai toni hitchcockiani, si riversa nella parola.
In più Farhadi sceglie, stavolta, ambiziosamente di far combaciare la realtà della coppia, che è di estrazione borghese e attiva nell’ambiente culturale recitando anche a teatro, con la rappresentazione della pièce di Arthur Miller, “Morte di un commesso viaggiatore”, che i due stanno mettendo appunto in scena. Se la contemplazione degli spazi (l’appartamento e la scena artistica) è mirabile nella dualità dei rimandi e le tracce narrative s’incastrano senza scompensi (si pensi a quanto potrebbe imparare il Tom Ford di “Animali notturni”, che invece banalizza ogni elemento metalinguistico), lo slancio del racconto getta un’indagine accurata sull’Iran di oggi (come Miller faceva allora sull'America), in perenne, incontrollato cambiamento, come dimostrano anche gli sguardi su Teheran dalla terrazza dall’abitazione temporanea, dando al film un significato sociale e politico.
Passato in primavera a Cannes, dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura (impeccabile, come sempre del regista stesso) e la migliore interpretazione maschile (il bravissimo Shahab Hosseini, al suo terzo film con Farhadi), “Il cliente” (designato Film della critica) è la conferma di un regista di talento e di un cinema che fa dei dilemmi morali, con le loro ambiguità, il fulcro per capire un Paese, la sua gente e il senso di ogni cambiamento.

Stelle: 3½

Sabato 7 Gennaio 2017, 11:13
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