Manuel Agnelli: «Il talento è una cosa preziosa. Bisogna sempre pensare in grande»

Sabato 27 Novembre 2021
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È Manuel Agnelli il protagonista della nuova puntata di “Stories”, il ciclo di interviste ai principali interpreti dello spettacolo di Sky TG24. Ospite del vicedirettore della testata Omar Schillaci, l’artista milanese si racconta in “Il talento di Manuel Agnelli”, in onda lunedì 29 novembre alle 21 su Sky TG24, sabato 4 dicembre alle 13.40 su Sky Arte e sempre disponibile On Demand. Con la regia di Francesco Venuto, l’intervista, accompagnata da alcuni dei suoi più grandi successi, è un susseguirsi da parte del frontman degli Afterhours di riflessioni e aneddoti della vita professionale (“non ho mai pensato ‘ce l’ho fatta’, però nel 1997” uscì l’album “’Hai paura del buio?’ e i club cominciarono a riempirsi di gente che era uguale a noi: non era un pubblico generico, ma gente con cui noi ci riconoscevamo e viceversa, e con la quale parlavamo dopo i concerti. Erano nostri coetanei che sentivano le nostre stesse cose. In quel momento ho detto ‘ce l’ho fatta’, ma ce l’ho fatta a fare quello che volevo, a comunicare con le persone che stavano intorno a me, e non a fare carriera”) e privata (“da bambino passavo le ore a sistemare i soldatini, quelli piccoli, in stagno, in formazioni pazzesche, sterminate, per poi buttarli giù, miseramente, con le biglie o i sassi. Diciamo che ‘Costruire per distruggere’, una canzone che ho scritto, un po' nasce proprio da quel tipo di ispirazione”).

Cantautore, musicista e produttore discografico. Sono questi i principali appellativi con cui viene definito Manuel Agnelli, ed ai quali, da qualche anno a questa parte, si è aggiunto quello di personaggio televisivo o, per gli appassionati del piccolo schermo, di giudice di ‘X Factor’, il talent show prodotto da Fremantle Italia e in onda tutti i giovedì alle 21.15 su Sky Uno. In un ruolo nel quale spesso convivono due estremi, l’essere al contempo temibile ed empatico, uno degli scopi del ‘supremo Manuel’, così chiamato da alcuni componenti della sua squadra per questa quindicesima edizione, la band ‘Bengala Fire’, è sempre stato, da giudice, quello di “trasmettere l’esperienza. Ciò che ho imparato lo voglio trasmettere a questi ragazzi, e poi loro ne faranno quello che vogliono. Dal punto di vista del giudice sì, c’è la parte dello spettacolo che comunque è divertente, stimolante, ho imparato un sacco di cose della televisione e di quel modo di fare televisione, però il mio senso lo trovo proprio nel trasmettere l’esperienza che ho avuto”.  Non sempre, però, saper cantare e suonare basta, il talento è qualcosa da far fruttare al massimo delle proprie possibilità e su cui scommettere. Al riguardo è abbastanza esplicativa la parabola evangelica dei talenti a cui si è fatto riferimento durante l’intervista. In qualche modo, con le giuste proporzioni e visto il lavoro portato avanti con ‘X Factor’, è questo il talento che Manuel Agnelli cerca nei suoi ragazzi, ovvero vederli sfruttare al meglio le capacità, i doni di cui godono, dato che “il talento è una cosa preziosa, anche se rispetto a questo in Italia siamo un po' strani visto che tendiamo a tirare tutti verso il basso, a pensare in piccolo, a pensare che l’artista debba essere umile, ma l’arte è il contrario dell’umiltà: se uno pensa di avere qualcosa di interessante da raccontare, qualsiasi essa sia, non è umile. L’umiltà è un concetto un po' strano, per come lo intendiamo in questo Paese, ma in realtà credo che sia, come tante altre cose, un modo per controllare le persone”.

Il talento, nel caso di Manuel Agnelli, fa rima con passione. O meglio: con più passioni. Il tiro dinamico piuttosto che le arti marziali miste, tutti amori che l’artista ha coltivato nel tempo, nonostante qualche tira e molla, perché “non so come mai, ma mi è sempre interessato, fin da piccolo, avere un po' il controllo della mia aggressività. Avere il controllo mi ha dato una pace interiore enorme, che ho provato effettivamente solo suonando in concerto. Ho fatto Savate, boxe francese, per quindici anni, prendendo parte anche a degli incontri quando ero un po' più giovane. Poi ho smesso anche se mi mancava tantissimo il fatto di praticare una cosa del genere, e così ho ricominciato facendo MMA: nello stricking sono rimasto decente, mentre nel Jiu-jitsu brasiliano, nella lotta, faccio ridere, però è molto divertente. Sono un grande appassionato, mi alleno una settimana e sto fermo altre tre settimane per infortunio”. L’elenco delle passioni rivelano un profilo intellettuale e artistico poliedrico, ed anche abbastanza affamato, sia quando si è trattato dell’organizzazione di festival come il ‘Tora!Tora!’, “per ribadire che c’era una scena musicale italiana che non era velleitaria, visto che i gruppi che si esibivano suonavano davanti a migliaia di persone”, che quando si parla di libri, cinema e musica. Agnelli, in particolare, è legato all’universo del grande schermo, oltre che a quello delle colonne sonore, tanto da  essersi cimentato in una prova attoriale: “siamo andati a girare in Romania, ho provato a recitare una piccola parte in un western. Fra l’altro è stato anche molto divertente perché dilettandomi con il tiro dinamico utilizzo pistole che sono quelle di oggi, perciò quando sono arrivato sul set ho detto ai maestri d’armi ‘io so sparare, non vi preoccupate’, e loro, rumeni, con un accento improbabile mi hanno chiesto ‘con che pistola spari?’ Ho risposto con una Glock, e si sono messi a ridere perché giustamente stavano girando un western e venivano usate pistole completamente diverse”. Insomma, passare dal ‘supremo Manuel’ all’’onnivoro Manuel’ è un attimo.

A proposito di musica, invece, al leader degli ‘Afterhours’ - portabandiera, insieme ai Marlene Kuntz, dell’alternative rock italiano - farsi identificare attraverso il genere musicale “interessa relativamente poco, adesso. E’ stato il mio motivo di vita, mentre ora non significa più nulla perché non è più quella cosa li da tanti anni”. Ma quando è nato questo progetto? Nel 1986, per dare un riferimento temporale, ma probabilmente, ha raccontato l’artista, “durante una delle jam session infinite che facevamo tra di noi, tanto per suonare. Io, Lorenzo Olgiati e Roberto Girardi, che erano rispettivamente il primo bassista e il primo batterista degli ‘After’, ci siamo detti che quello che stavamo sentendo faceva schifo e che avremmo dovuto fare noi un gruppo, per fare qualcosa di buono. C’era un bene supremo tra di noi, eravamo una band vera, fatte da persone che condividevano tutto, persino la ragazza. Creare una band, in quel momento, era il nostro guscio rispetto al mondo che da adolescenti, naturalmente, non ci capiva. La cosa bella è che se ti piaceva qualcuno, a livello proprio di personalità, diventava il tuo bassista, il tuo chitarrista: non era importante saper suonare, e questa è una grande cosa che la cultura punk ci ha passato”. Oggi Agnelli definisce gli Afterhours un “progetto musicale” e non una band, perché composto “da musicisti che vanno e vengono in mezzo ad altri progetti, anche se comunque mantiene un’identità molto precisa. Sono sempre stato contrario a formare una band che facesse un disco di reggae una volta e uno di elettronica, dance, un’altra: per me non ha nessun senso, cambiamo marchio e progetto” a quel punto. “Gli After fanno questo. Non significa che sia l’unica cosa che mi interessa fare, ma è semplicemente quella che, per adesso, forse, mi è riuscita meglio”.

 

In chiusura, il cantautore anticipa qualcosa del progetto da solista a cui sta lavorando, “quasi una cosa da matto. Avendo cambiato tantissime formazioni, in fondo anche con gli Afterhours sono sempre e solo rimasto io, ho sentito di dovermi prendere tutta la responsabilità della musica che faccio, e di dover avere tutta la libertà psicologica di fare, dalla A alla Z, quello che veramente volevo”. Responsabilità e libertà, due cose che secondo Manuel Agnelli “combaciano molto bene”.

Ultimo aggiornamento: 13:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA