Yuri Gagarin, il ragazzo del popolo in orbita nella Storia: 60 anni fa il primo uomo nello spazio

Lunedì 12 Aprile 2021
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Video a cura di Cristiano Sala

Gagarin, il ragazzo del popolo in orbita nella Storia: il primo uomo nello spazio 60 anni fa. Dal numero segreto spifferato al saluto ad Anna Magnani

di Paolo Ricci Bitti
 

Cosmodromo di Baikonur, allora Unione Sovietica, oggi Kazakhstan, alba del 12 aprile 1961. L’addetto a stringere le cinture di sicurezza di Yuri Gagarin nel minuscolo abitacolo della navicella Vostok-1 è nervoso, si guarda attorno, attende che si sia allontanato il collega che in fretta e furia ha appena dipinto CCCP in rosso sul casco del tenente pilota, poi abbassa il tono della voce e spiffera nell’orecchio del 27enne: «Centoventicinque, il numero segreto è 125». Gagarin sorride: «Grazie, sei già il trentesimo che me lo rivela». 

LA SOPRAVVIVENZA

Il fatto è che il geniale ingegnere Sergey Pavlovic Korolev, già artefice nel 1957 del primo grande schiaffo spaziale agli Stati Uniti con il satellite Sputnik, non era certo che i cosmonauti sarebbero sopravvissuti soprattutto alla fase di rientro in cui le pareti della navicella si arroventavano in maniera terrificante (fino a 1600 gradi, come in un altoforno, si scoprirà poi) e così aveva previsto che quella prima e unica orbita di un uomo attorno alla Terra avvenisse in modo totalmente automatico per tutta la durata dei 108 minuti a una quota massima di 350 chilometri.

L’obbiettivo era la gloria dell’Urss di Nikita Kruscev, che poi ci fosse la cagnolina Laika o un uomo (necessariamente basso come Gagarin: 157 centimetri) a bordo della Vostok non doveva creare interferenze. Ma Gagarin e i colleghi si ribellarono e ottennero, a fatica, che almeno in caso di emergenza potessero effettuare qualche manovra. Korolev però applicò una “password” top secret ai comandi, appunto 125, numero scritto in una busta sigillata e infilata nella plancia.

 
Il realtà il primo cosmonauta (primo anche a impersonificare quel nuovo termine riservato solo ai russi) non era per nulla preoccupato della sua incolumità: era passato davanti a tutti per la sua attitudine alla matematica e la capacità di restare tranquillo davanti a ogni terribile stress affrontato in addestramento, tanto che aveva 62 di battito cardiaco mentre era in cima al razzo R7 alto 31 metri e caricato con 180 tonnellate di carburante pronto al decollo. Come essere seduti su una bomba atomica. Oppure come essere al posto di una bomba atomica, perché quel razzo era stato progettato apposta per trasportare un ordigno nucleare dal continente russo a quello americano, ché gli anni erano quelli crudissimi della Guerra fredda. 

Determinanti, però, furono i natali di Gagarin: mamma contadina, papà falegname. Il secondo in graduatoria, German Stepanovic Titov, era figlio di un maestro elementare, ma Kruscev voleva che fosse uno dei più umili figli della grande madre Russia a compiere l’impresa delle imprese. Gagarin, poi, aveva anche un notevole senso dell’ironia e non se la tirava per nulla: per non perdere tempo nel tragitto in auto fra il comodo alloggio in città (persa comunque nelle steppe kazake) e il cosmodromo (ancora più in mezzo al nulla) decise di stabilirsi in una modesta casetta di legno vicina alle rampe di lancio. Quando la si visita si resta interdetti da quel tinello spoglio, dalla minuscola “ritirata”, che certo non ispirava lunghe meditazioni, e dal cucinotto da cui il cosmonauta coraggioso è partito per arrivare poi in parata fino al Cremlino, acclamato da tutta la Russia e invidiato, e persino temuto, dal resto del mondo, a cominciare dal presidente J.F. Kennedy appena insediatosi e atteso dopo pochi giorni al disastro della Baia dei Porci.

 

 

Sulle spalle di Gagarin poggiava la supremazia tecnologica e politica dell’Unione Sovietica che per paura di perderlo non lo mandò più nello spazio, salvo poi piangerlo, appena sette anni dopo, nel 1968, nella caduta, mai del tutto chiarita, di un Mig15: non fece in tempo a patire per il sorpasso, sul viale della gloria, degli astronauti americani sulla Luna l'anno seguente. Una morte in giovane età come si conviene a un eroe, all’uomo che decollò con il sorriso salutando con la parola “Partiamo!” (Poyekhali) entrata nel mito e adottata anche dall'astronauta catanese Luca Parmitano che ama citare anche anche la prima descrizione aliena della Terra mormorata da Gagarin: «Lo spazio è nero, molto nero, la Terra è magnifica e azzurra».

Gli attribuirono anche il frase «Non ho visto Dio nello spazio», ma non era farina del suo sacco, mentre lo era il “manifesto” spontaneo e inascoltato: «Dovremmo difendere la bellezza della Terra, non distruggerla». Sorprendente e autentica anche la frase in diretta dal quella prima orbita: «Saluto la fraternità degli uomini, il mondo delle arti, e Anna Magnani». Anna Magnani? Sì, l'attrice premio Oscar di cui Gagarin amava il capolavoro "Roma, città aperta". Ma certo che quella citazione fece sobbalzare sulla sedia non solo "Nannarella", ma anche il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e il presidente del Consiglio Amintore Fanfani che chiesero informazioni all'ambasciata a Mosca. Per Gagarin, poi, durante l'infinito tour celebrativo mondiale (Stati Uniti esclusi per decisione di Kennedy) ci scappò anche un bacio sulla guancia schioccato da Gina Lollobrigida. Un'altra star per il primo uomo che aveva viaggiato fra le stelle. 

Paolo Ricci Bitti

 

Ultimo aggiornamento: 09:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA