Cascate d'oro di Fabrizio Plessi a San Marco per gli 80 anni dell'artista

Martedì 1 Settembre 2020
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VENEZIA - Forse perché ha già compiuto  80 anni, lo scorso mese di aprile, entrando perciò in quella che un grande Maestro chiamava non la vecchiaia ma la grande età, è evidente che Fabrizio Plessi, da sempre veneziano per scelta, è giunto al punto di potere e dovere riflettere sulla sua vicenda artistica e sulla sua storia personale. Non si legge altrimenti la nuova e straordinaria installazione inserita sulle 15 grandi finestre del Museo Correr che guardano Piazza San Marco e, di fronte, la maestosa Basilica.
IL PROGETTO Perché già nel 2001, cioè vent'anni fa, aveva realizzato, nello stesso museo e nelle stesse finestre, una suggestiva installazione digitale titolata Waterfire che esaltava due elementi primari della vita dell'uomo, l'acqua e il fuoco. In questa occasione l'opera, 15 cascate di oro luminoso e brillante, viene simbolicamente titolata L'età dell'oro (fino al 15 novembre) perché stabilisce inevitabilmente un dialogo storico con la prevalenza dell'oro nei mosaici bizantini della basilica marciana. A questo punto sono allora già evidenti due aspetti importanti della riflessione personale di Plessi: da un lato una sorta di rifacimento formalmente autonomo di un suo lavoro storico, dall'altro l'omaggio esplicito che l'artista dichiara a Venezia, la città che l'ha accolto giovanissimo e che gli ha consentito un difficile percorso di ricerca espressiva, quella ormai consolidata delle immagini elettroniche che, nel suo caso, dopo cinquant'anni, hanno dimensioni e valenze formali storiche e storicizzate. Essendo stato in questo senso un vero e proprio precursore nella video arte in Europa, avendo avuto a riferimento, all'inizio, la sola figura del grande video artista coreano Nam June Paik (1932-2005). Assieme al quale ha affermato la possibilità di utilizzare lo schermo come una tela sulla quale distendere i colori, e lo stesso apparecchio televisivo, spesso unitamente ad altri elementi fisici, pensato come parte strutturale di vere e proprie sculture.
GRANDI OPERE Penso ad opere drammatiche come Bronx del 1985, che tanto scalpore suscitò in mostra alla Biennale, fatto di venti pale di metallo infilzate su altrettanti schermi televisivi. Così come Mare di marmo dello stesso anno, realizzato con lastre di vero travertino appoggiate ai lati del televisore. Perseguendo questa via Plessi ha potuto realizzate anche opere di notevoli dimensioni occupando grandi spazi come nel caso di Roma del 1988, configurato da trenta televisori disposti in una coinvolgente installazione circolare. Si potrebbero fare molti esempi per chiarire la suggestionante qualità formale della video opera di Fabrizio Plessi, ma per capire il rapporto empatico tra la materia fisica e la sua video rappresentazione può forse bastare citare esemplarmente L'armadio dell'architetto del 1990 nel quale la parte inferiore dell'opera è fatta di veri mattoni, mentre in alto è collocato il video nel quale appaiono forme di mattoni digitali. E, ancora più clamorosamente, suggerire il grande Bombay-Bombay del 1995 che evoca fisicamente, con cumuli di vero cotone bagnato posti a fianco di dodici monitors per testimoniare il duro quotidiano lavoro delle donne indiane. Sono tutti suggestivi passaggi formali che fanno capire che la video opera di Fabrizio Plessi parte sempre da un riferimento concreto, reale, ma giunge alla simbolica rappresentazione della incorruttibilità dell'oro e, come una speranza alla Età dell'oro, all'interno della quale compare, non a caso, la scritta Pax Tibi.

Ultimo aggiornamento: 22:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA