«Per un figlio ucciso nessuna sentenza sarà
mai giusta»

Emanuele Tiberi e, sullo sfondo, mamma Simonetta

di Ilaria Bosi

NORCIA - Nel conflitto tra pancia e testa, Simonetta non ci ha pensato un attimo. Ha scelto la testa, sin dal primo momento, e ci aggiunto tanto cuore. Il cuore è quello di una mamma privata all’improvviso, e in modo a dir poco crudele, dell’affetto di un figlio, ucciso da un pugno mentre stava trascorrendo una serata d’estate vicino casa, davanti a un pub di Norcia, insieme a tanti coetanei. Per la morte di Emanuele Tiberi, 33 anni mai compiuti, il Tribunale di Spoleto ha condannato in primo grado, per omicidio preterintenzionale, Cristian Salvatori a 5 anni e 4 mesi. Una decisione arrivata qualche settimana fa e accompagnata dallo stupore e le perplessità di molti. Mamma Simonetta ha reagito in maniera misurata, cercando anche di mitigare le reazioni di chi, in assoluta buona fede, le parlava di “giustizia ingiusta”, ripetendole che “la vita di un ragazzo non può valere 5 anni”.
Simonetta, lei non ha mai commentato la sentenza. Cosa pensa?
“Credo che quando il danno è la morte di un giovane, ancor più se si tratta di un figlio, nessuna sentenza potrà mai essere giusta e quei genitori che ricorreranno a un tribunale per la perdita dell’affetto più caro saranno sempre dei perdenti, condannati ad un dolore che non ha cura”.
Al suo avvocato, ha detto: “Gli unici condannati all’ergastolo saremo sempre noi, costretti a vivere ogni giorno della nostra vita senza Emanuele”. È così?
“Sì, purtroppo un grande dolore o ti devasta o diventa una grande forza. Per questo noi, famiglia, amici e quanti lo hanno conosciuto, solo grazie a questa forza riusciamo a “vendicare” Emanuele: continuando, così come avrebbe voluto lui, a portare avanti l’amore e le passioni per cui tanti lo hanno apprezzato e amato”.
Come reagire alla violenza?
“Educhiamo innanzitutto i nostri figli ai baci e alle carezze. L’ho detto poco più di un anno fa, a chi ha partecipato alla cerimonia di saluto a Emanuele. Lo ribadisco ora e lo farò sempre: bisogna lavorare, e molto, sulla violenza, ancor più se gratuita. E opporre ad essa un messaggio di forza, che sia da monito ed esempio”.  Dal dolore atroce, la forza di guardare avanti. Come?
“Stiamo cercando di reagire alla violenza divulgando i principi di amicizia e gioia di vivere che erano propri di Emanuele, attraverso i suoi progetti e la sua più grande passione, la musica”.
Così, a un anno dalla scomparsa di suo figlio, siete riusciti a portare a Norcia circa 2mila giovani, provenienti da tutto il mondo?
“Sì, l’Hempiness Music Festival è stato l’apice di tutto questo. Una manifestazione pensata e voluta con tanta forza dagli amici di Emanuele. Una festa, un inno alla vita, che forse neanche lui si sarebbe mai aspettato. Per questo voglio ringraziarli tutti, come voglio ringraziare quanti, da ogni parte del mondo, ogni giorno mi restituiscono un pezzetto della bellezza di Emanuele, attraverso ricordi e aneddoti che mi riempiono il cuore e che confermano che mio figlio ha seminato bene nella sua seppur breve vita”.
Emanuele girava il mondo…
“Ha sempre seguito le sue passioni e di questo sono fiera. Ricordo il magone della prima volta che è partito per Londra. Aveva poco più di 20 anni, tanti sogni e grandi progetti. Ha girato il mondo, si è realizzato come tecnico del suono, ha lavorato e continuava a lavorare per band molto importanti. Un ragazzo dalla mente aperta, brillante, senza pregiudizi, una grande umanità. Così era Emanuele e così siamo noi: la sua presenza, seppure in una dimensione diversa, continua a infonderci tanta positività, che vogliamo trasmettere, sperando che quanto accaduto a lui non si ripeta. Non intendiamo mollare: Emanuele, che ho avuto a 18 anni e con cui pensavo di invecchiare insieme, non avrebbe mai voluto vedermi abbattuta. In me, come in mio marito e nei miei altri due figli, c’è tanto di lui”.


► La tragedia si è consumata all’alba del 29 luglio davanti a un pub di Norcia. Lì sia Emanuele che Cristian, insieme a tanti coetanei, avevano trascorso la serata. Nella notte il pugno improvviso, inaspettato, senza che ci fosse una lite in corso. Emanuele perse subito conoscenza e venne trasportato in ospedale a Terni, dove morì nel pomeriggio. La prima lezione di civiltà, i genitori di Emanuele l’hanno data nel buio cupo di quelle ore di disperazione, dando il via libera all’espianto degli organi. Poi le indagini, le perizie e il processo con rito abbreviato, che ha comportato uno sconto della pena.  Condannato a 5 anni e 4 mesi, Cristian Salvatori, dopo qualche mese di carcere e, successivamente, ai domiciliari, da qualche settimana è sottoposto all'obbligo di dimora, lontano da Norcia.  
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Martedì 1 Ottobre 2019, 17:04






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