Coronavirus, gli psicologi:
«Ecco il vademecum anti panico»

Domenica 8 Marzo 2020 di Egle Priolo
Una mamma con il proprio figlio in centro a Perugia in questi giorni di scuole chiuse per l'allerta coronavirus
PERUGIA - Non trasformare le paure in panico e proteggere se stessi e i propri cari, anche chi è in quarantena. Non lasciando nessuno solo, soprattutto gli anziani, ma aiutando nelle modalità che sono consentite. Attraverso il telefono o i social, perché il coronavirus non abbia ricadute anche sulla salute psicologica, in un momento in cui lasciarsi andare alla psicosi è fin troppo – purtroppo – facile.

Che fare allora? L'indicazione sembra essere quella di restare vicini nella lontananza. Una posizione abbracciata anche dall'Ordine degli psicologi che, proprio per spiegare come «proteggersi con comportamenti adeguati, con pensieri corretti ed emozioni fondate», ha realizzato un vademecum che da lunedì sarà distribuito agli iscritti di tutta Italia, come confermato dal presidente nazionale e umbro, David Lazzari.

Presidente Lazzari, di che si tratta?
«Dopo il vademecum che abbiamo messo a disposizione delle autorità, del Parlamento, delle Regione, delle prefetture, abbiamo pensato a una brochure sintetica con indicazioni precise su come gestire le paure e non farle trasformare in panico. Da lunedì le faremo avere a tutti gli iscritti agli Ordini regionali e, in forma cartacea, li distribuiremo anche nelle farmacie, grazie a un accordo nazionale con i farmacisti. È un grande sforzo che sottolinea il nostro impegno in aiuto e supporto alla popolazione».
Il coronavirus fa paura, si limitano i contatti sociali, ma come si aiuta, per esempio, chi è in quarantena o in isolamento volontario?
«I cittadini possono avere aiuto da tutti gli psicologi, ma come Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi siamo al lavoro per mettere a disposizione degli iscritti uno strumento per gli interventi a distanza».
Quindi un supporto psicologico che si aggiunge all'intervento diretto?
«Sì. E che si aggiunge alle diverse iniziative che gli Ordini regionali hanno attivato in tutta Italia, Umbria compresa».
Ma c'è stato un aumento delle richieste di aiuto in questo periodo?
«C'è stato un netto incremento delle richieste di supporto psicologico, che dimostra anche una carenza della psicologia pubblica. È aumentata la domanda, ma la psicoterapia, chi la vuole, se la deve pagare: da tempo siamo al lavoro per potenziare la presenza di psicologi nella sanità pubblica, che rispondano alle richieste legate ai nuovi bisogni sociali».
Psicosi da coronavirus compreso?
«Sì. Ma come è già successo, proprio in Umbria, con il terremoto nel 2016. Quando gli umbri hanno avuto risposte di terapia psicologica grazie ai sessanta professionisti che hanno sostenuto la popolazione attraverso il volontariato. Quando è stata la comunità professionale a farsi carico del problema e dalla Regione non è arrivato un solo contributo. Speriamo davvero che questa volta vada diversamente».
Tornando alla brochure, quali sono le indicazioni anti panico?
«Il coronavirus è un virus contagioso, ma come ha sottolineato una fonte Oms su 100 persone che si ammalano la maggior parte guarisce spontaneamente o ha solo problemi lievi. Le misure collettive eccezionali scaturiscono soprattutto dall'esigenza di arginare l'epidemia. Quindi atteniamoci ai fatti, al pericolo oggettivo».
Informarsi sul coronavirus è un bene o amplifica la psicosi?
«Informarsi è fondamentale, ma da fonti ufficiali. È la sovraesposizione a essere negativa. Questa è la prima epidemia nell'epoca dei social: l'Ebola e la Sars sono state ben più gravi, ma non c'è stata tutta questa amplificazione attraverso la rete e i social, strumenti in competizione con i media tradizionali per cui nasce quell'enfatizzazione assolutamente negativa. Con un panico sociale superiore al dato oggettivo».
Tra isolamenti e scuole chiuse anche i bambini sono coinvolti in questa situazione. Come si spiega, se si deve spiegare, il coronavirus ai più piccoli?
«È bene proteggere anche i bambini. Se ci interrogano, daremo sempre la nostra disponibilità a parlare serenamente di quello che possono aver sentito e li spaventa, correggendo un quadro statisticamente infondato. È meglio non esporli alle informazioni allarmistiche di cui sopra».

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