Bimbo in fin di vita, la mamma si difende: «Niente botte, ho le prove». I dubbi sul mancato Codice rosso

Mercoledì 25 Maggio 2022 di Egle Priolo
Bimbo in fin di vita, la mamma si difende: «Niente botte, ho le prove». I dubbi sul mancato Codice rosso

PERUGIA - Nella lingua dei genitori, il suo nome significa Felice. Ma in un anno appena di vita, un mese passato in ospedale per un arresto cardiaco e fratture alla testa e alla spalla, un padre in Francia a dimenticarsi della sua esistenza e una madre accusata di quelle lesioni, la paura è che quel bimbo, felice, lo sia stato solo a favore di fotocamera per Facebook.

Perché il piccolo, un anno compiuto lo scorso 7 maggio, lotta ancora come un leone in un lettino dell'ospedale Meyer di Firenze sempre in prognosi riservata, dopo essere morto per almeno sei minuti e salvato dai medici della Rianimazione del Santa Maria della misericordia di Perugia, dove è arrivato il 15 maggio in arresto cardiocircolatorio. Un incidente domestico, ha detto la madre accompagnata da un uomo poi sparito: si è affogato per un virus gastrointestinale e non respirava più. Troppi incidenti in casa, è invece la teoria della procura diretta da Raffaele Cantone che, con il sostituto procuratore Mara Pucci, accusa la donna, una 25enne di origini nigeriane da tempo residente in quel paesone alle porte di Perugia che è Ponte San Giovanni, di maltrattamenti in famiglia, lesioni personali aggravate e abbandono di minore. Perché il bambino era stato già ricoverato due settimane in ospedale tra il 24 marzo e l'8 aprile per una frattura all'omero spiegata come una botta contro una porta, ma che ora gli investigatori della squadra mobile provano a spiegare, sperando forse di non trovare conferme ai loro dubbi: troppo inquietante pensare a una vita familiare fatta di violenze su un bambino che non arriva a dieci chili.
Di certo ieri sono iniziate le operazioni peritali per quegli accertamenti urgenti e irripetibili che la procura ha affidato al professor Mauro Bacci, mentre la mamma ha nominato il medico legale Sergio Scalise, convinta di poter dimostrare di avere un figlio solo sfortunato. Che quella «frattura longitudinale, con diastasi dei frammenti, dell’osso parietale sinistro e una tumefazione dei tessuti molli in sede frontale destra» con cui è arrivato l'ultima volta in ospedale, più quella precedente, se le è procurate in casa, sì, ma senza alcuna colpa. Alla donna, assistita dagli avvocati Carmela Grillo e Francesca Crisopulli, sono stati sequestrati anche il cellulare e i vestiti del piccolo: e proprio nel suo smartphone è convinta di far trovare le prove della sua innocenza, tra i messaggi alla pediatra che segue il bambino, le sue continue attenzioni e i controlli mensili per un'ernia che «non hanno mai fatto emergere anomalie», dicono i legali. Al momento, però, è diversa la versione che serpeggia nel reparto perugino di Pediatria, in cui i medici hanno sottoposto il bimbo ad attenti accertamenti che avrebbero fin da subito indicato la pista di possibili maltrattamenti, con tanto di segnalazione in ambito ospedaliero. La domanda, però, è perché allora non si sia attivata la procedura Codice rosso. Perché qualcosa sembra essersi inceppato nei vari passaggi che hanno portato all'apertura del fascicolo a 38 giorni dal primo ricovero? Perché i racconti della madre sono stati considerati attendibili o perché la burocrazia ha un fuso orario diverso da quello della giustizia? Domande a cui cerca risposta la procura. Perché il piccolo ha solo diritto di essere davvero felice.

Ultimo aggiornamento: 26 Maggio, 09:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA