Chernobyl, tutto quello che c'è da sapere sulla serie tv che ha conquistato gli Usa

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Chernobyl, tutto quello che c'è da sapere sulla serie tv che ha conquistato gli Usa

di Ilaria Ravarino


Il diavolo, si dice, è nei dettagli. E se non è il diavolo è l'uomo, nella peggiore delle sue incarnazioni: l'uomo di potere che mente, l'uomo dei media che fa cattiva informazione, l'uomo di scienza traviato dall'ambizione. Non c'è un solo colpevole in Chernobyl, la bella miniserie Hbo e Sky, in onda su Sky Atlantic, che racconta in cinque puntate la storia di uno dei più gravi disastri nucleari al mondo, quello che coinvolse la centrale ucraina nel 1986, le sue conseguenze (fra i 30.000 e i 60.000 decessi, secondo il rapporto Onu - solo 31, secondo la conta ufficiale sovietica) e il processo che seguì. E non c'è un solo colpevole perché la responsabilità di quel che è accaduto ricade, nella finzione scenica, non sul singolo ma sul sistema: l'opprimente regime sovietico incapace, per superbia e orgoglio, di reagire con maturità e trasparenza a una sciagura fatalmente sottovalutata.

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GLI EVENTI
Una lettura degli eventi tratta dal libro di memorie di Svetlana Alexievic Voci da Chernobyl, adattate per la tv dallo scrittore Craig Mazin, sposata in pieno dal pubblico negli Stati Uniti ma criticata per inaccuratezza in Ucraina e Russia, dove sarebbe in preparazione addirittura una contro-serie sul disastro, con taglio complottista anti-CIA.
Ma se pure il copione di Chernobyl si prende alcune libertà nell'attribuire responsabilità e colpe, la forza delle cinque puntate non è nel loro valore documentaristico, ma nella capacità del regista svedese Johan Renck di tradurre in immagini il disastro, realizzando cinque piccoli mini-film da un'ora ciascuno che sono dei veri e propri trattati di suspense. Fin dal primo episodio - aperto da un flash due anni dopo gli eventi - tutto ambientato tra l'una di notte e le sei di mattina del 26 aprile 1986, la mano di Renck è attenta a seminare il terrore attraverso i dettagli, piccoli mortiferi particolari che annunciano l'ecatombe. La polvere in controluce mentre i bambini giocano a rincorrersi, il vento che accarezza i capelli di una ragazza, gli sguardi degli abitanti di Pripyat che osservano dall'alto di un ponte il colore dell'orizzonte («È bellissimo», dicono). Ma la polvere è tossica, il vento avvelenato, e quei bagliori sono i fuochi di un reattore nucleare - il numero 4 - che sta bruciando. E di cui nessuno, fino al giorno successivo, parlerà pubblicamente.

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Senza spettacolarizzazioni esagerate (l'esplosione di Chernobyl è un lampo, seguito da un tuono attutito, che appare alla finestra di casa del pompiere Vasily Ignatenko), la serie tiene incollati allo schermo raccontando l'escalation degli eventi, l'evacuazione della città, la missione suicida, il rischio di fusione nucleare, e i piccoli grandi atti di eroismo della gente comune, cui Chernobyl è metaforicamente dedicata fin dalle battute iniziali («Perché quando si racconta una storia - si chiede nell'incipit Valery Legasov - non è mai importante chi siano gli eroi, ma chi sia il cattivo da biasimare?»). Eccellente il lavoro di ricostruzione scenografica, con la centrale del disastro messa in scena all'interno di una centrale nucleare vera, quella lituana di Ignalina, nota come la gemella di Chernobyl e identica per struttura e dimensioni.

I COSTUMI
Gioca con la cosiddetta ostalgia - il ritorno, nella moda e nel design, di linee e temi del blocco sovietico - anche l'accuratissimo lavoro sui costumi dell'epoca, sui tessuti e i materiali degli appartamenti sovietici, sugli accessori e persino sulle luci, con una fotografia desaturata e plumbea su cui spicca il fuoco innaturale della centrale, che brucerà quasi in ogni episodio.
Giusti anche i volti, Jared Harris nei panni del vicedirettore dell'istituto atomico Legasov, Stellan Skarsgard in quelli del funzionario del Cremlino Boris Schcherbina, ed Emily Watson, fisica nucleare bielorussa, che rischia la vita pur di impedire l'insabbiamento delle indagini. Indagini che per la cronaca portarono, nel processo a porte chiuse del 1986, ad attribuire la responsabilità solo agli operai dell'impianto. Condannati a dieci anni di lavori forzati, e all'espulsione dal partito.
 
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Martedì 11 Giugno 2019, 13:08






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