Veronica La Regina, NanoRacks: «Nello spazio per produrre farmaci antitumorali, pc quantistici e ultra fibra ottica». In orbita vinacce di Aglianico

L'ad di NanaRacks Europe: «Vendiamo a prezzi ridotti l’accesso alla Stazione spaziale internazionale dove per primi abbiamo installato laboratori»

Lunedì 25 Ottobre 2021 di Paolo Ricci Bitti
Veronica La Regina e il laboratorio Bishop di NanoRacks

Veronica La Regina, 45 anni, di San Rufo (Salerno), è l’amministratrice delegata di NanoRacks Europe che ha sede a Torino e che ha punta a permettere alle aziende e gli enti di effettuare produzioni di materiali ed esperimenti nello spazio a prezzi sempre più competitivi grazie anche a piattaforme private-laboratori sulla stazione spaziale internazionale dove in primavera tornerà, e da comandante, Samantha Cristoforetti.  Di recente ha partecipato a Torino al convegno “Energia, spazio e innovazione”: il ruolo centrale delle applicazioni space related nelle sfide green”, organizzato da Fondazione Amaldi, Fante Group e Politecnico di Torino. La fondazione "Edoardo Amaldi" (FEA) è il nuovo modello italiano per la ricerca applicata, il trasferimento tecnologico, la promozione e il sostegno del patrimonio scientifico nazionale. Nata nel 2017 per volontà dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e del Consorzio di ricerca Hypatia, si propone di offrire un nuovo modo di interpretare la scienza applicata.

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Paolo Ricci Bitti

 

Jeff Bezos, patron di Amazon e soprattutto della compagnia aerospaziale Blue Origin, dice che vuole portare in orbita le fabbriche per non inquinare più la Terra e anche per produrre materiali che sulla Terra non è sempre possibile produrre, ma voi di NanoRacks lo fate già?
«Sì. E da qualche anno: sono strutture installate sulla Stazione spaziale internazionale che, per quanto al momento ancora di piccole dimensioni, possono essere paragonate a luoghi di produzione e sperimentazione - risponde Veronica La Regina, campana con formazione che spazia dalla laurea in Giurisprudenza alla Luiss a studi e Master in Economia, Relazioni internazionali, Ingegneria al Sioi e alle università di Tor Vergata, Sapienza, Milano, Tolosa e Boston, compresa una lunga esperienza a climate Kic, community pubblico-privata che si occupa di cambiamenti climatici, innovazioni greentech e cleantech, formazione e start-up - La domanda di questi servizi, rivolti ad aziende private, agenzie nazionali ed enti di ricerca cresce sempre di più e NanoRacks Europe è nata nel 2019 per allargare le possibilità di accesso allo Spazio finora negato alla maggioranza degli interessati per via dei costi. Diciamo che favoriamo una democratizzazione dell’approdo all’orbita terrestre».


“Democratizzazione” certo, poi ci sono anche dei biglietti Terra-Spazio A/R da pagare?
«Già, siamo una compagnia privata, è una questione di business, ma, mi creda, c’è anche un aspetto politico e sociale alla base delle nostre attività».


In effetti il fondatore di NanoRacks, negli Stati Uniti, è il geniale americano Jeffrey Manber, tra i primi fin negli anni 80 a individuare possibilità di business per i privati nello spazio, salvo poi raggiungere la notorietà con l’impresa siderale di mettere d’accordo gli ex rivali Usa e Urss-Russia con lo storico progetto Mir-Shuttle raccontato nel suo best seller “Selling Peace” (Vendere la Pace).
«Una persona da sempre in anticipo sui tempi: è stato impossibile dire di “no” quando Nanoracks mi ha offerto di mettere in piedi a Torino il comparto europeo dell’azienda che, nonostante il Covid esploso subito dopo la nostra nascita, ha registrato una forte ripresa del business post-pandemia: quest’anno, con uno staff di una decina di persone, tutte molto giovani, siamo già a commesse dal valore di 2,6 milioni di euro».


Ma perché bisogna produrre nello Spazio, con tutte le difficoltà e i costi che ciò comporta? 
«Semplicemente perché certe cose non si possono produrre se si è soggetti alla gravità terrestre. Oppure, lo so che sembra paradossale, costruire certe cose nello spazio costa di meno e comporta meno rischi che sulla Terra».


Spieghi, per favore?
«Prendiamo certi componenti dei futuri computer quantistici o le apparecchiature che useranno il plasma (gas ionizzato usato, ad esempio, per tagliare, ndr) oppure le super fibre ottiche. Nei laboratori in situazione di microgravità come sull’Iss si possono studiare fenomeni e tipi di produzione che sulla Terra non sono possibili. Oppure sono rischiosi e quindi molto costosi: ad esempio, per produrre farmaci antitumorali bisogna a volte esporre cellule a radiazioni oppure bisogna schermarle da altre radiazioni. Beh, nello Spazio questo problema comporta meno difficoltà e anche meno rischi per l’uomo».


Computer quantistici e plasma, riesce a essere più terra terra?
«Ha presente Via del Campo di De Andrè? “Dal letame nascono i fior”? Proprio in questi giorni è in corso un esperimento per produrre farmaci contro l’osteoporosi partendo dalle vinacce dell’Aglianico».


Aglianico? Il vitigno, il vino?
«Sì, quello. E' il progetto Ali scarl che coinvolge l’Università Federico II di Napoli, la società Mars Center, la Minerva Resarch Labs e la Bct Trade, oltre all'azienda vinicola Mastroberardino: in breve, sono state portate in orbita vinacce di Aglianico per ricavare biocollagene per curare l’osteoporosi. Nello spazio, vedi ciò che capita agli astronauti, il processo di indebolimento delle ossa avviene in maniera accelerata perché lo scheletro è meno sollecitato e così è più facile e rapido arrivare alla messa a punto di un farmaco che rallenti il processo. Il processo di sperimentazione prevede che microinfusori iniettino biocollagene in cellule staminali».


Oppure?
«Ancora più terra terra? Le basi sulla Luna saranno costruite con regolite appunto lunare, ma per lavorarla, per impastarla, per alimentare le grandi stampanti in 3d non si possono fare esperimenti su larga scala con i campioni prelevati sulla Luna o con i "simulanti" prodotti negli Usa. Poi l'ingenere toscano Enrico Dini ha scoperto che da una cava di pozzolana a Bolsena si può ricavare un materiale molto simile alla regolite lunare che ha chiamato Dna-1 Regolith Simulant. Dopo le prove sulla Terra servirà un laboratorio in situazione di microgravità per studiare come utilizzare questo materiale sulla Luna».


Quindi in questi casi si chiama NanoRacks...
«Che pianifica tutto: dalla spedizione in orbita con i razzi e capsule delle compagnie private o nazionali. Che accorpa le varie missioni per abbattere il prezzo di trasporto. Che realizza laboratori automatici e comandabili dalla Terra: sono contenitori “plug&play”, l’astronauta deve solo collegarli alla presa elettrica, poi pensiamo a tutto noi che sull’Iss abbiamo anche installato Bishop, la prima piattaforma privata esterna, ovvero un modulo di 4 metricubi adatto ad ospitare minilaboratori o a mettere in orbita piccoli satelliti (i cubesat), altra nostra specializzazione sempre più richiesta soprattutto da enti di ricerca come le università». 

Ma quanto costa portare, mettiamo, un chilo di materiale in orbita e per riportarlo sulla Terra? Come mai i prezzi oscillano tanto, da 6mila a 40mila dollari?

«In realtà si tratta di conti che non è possibile fare in generale, anche perché sono sottoposti al volore di agenzie nazionali come la Nasa. E poi molto dipende dal trasporto: se in un solo lancio si accorpano più spedizioni ovviamente il prezzo per il singolo ciente cala. Ma, ripeto, bisogna vedere caso per caso».


E dopo la Stazione spaziale, che al più resterà in servizio altri dieci anni?
«Intanto alcuni moduli dell’Iss potranno dare vita a una stazione, poi arriveranno la stazione cislunare Lunar Gateway e le basi lunari e inoltre Nanoracks ha in programma una sua stazione spaziale orbitante, lo StarLab: le opportunità non faranno che aumentare anche perché saranno in campo sempre più privati come Musk e Bezos».


Perché lo Spazio?
«Mi piace da sempre la vela, un ambiente che ti porta a guardare le stelle, e non solo per orientarsi. Poi sono stata assunta a Telespazio e lì l’universo ha cominciato ad aprirsi davanti a me. E ogni nuovo incarico, all’Agenzia spaziale europea e a quella italiana, soprattutto nel settore dell’esplorazione spaziale, ogni nuova collaborazione con scienziati e astronauti, non ha fatto che incrementare il fascino per queste attività che ogni volta ti chiedono di abbandonare la tua comfort zone per avventurarti in nuovi scenari che spesso sono anche da inventare. Andare nello spazio come turista nell’orbita terrestre? Per ora no, ancora troppo caro e poi, potessi scegliere, meglio puntare alla Luna».


Lei ha lavorato dappertutto, le mancano solo il Polo Nord e il Polo Sud, ma poi è tornata in Italia dove le aziende aerospaziali sono all’avanguardia.
«Vero, verissimo, e ne sono orgogliosa, ma al tempo stesso la concorrenza è aumentata non solo con grandi potenze come Cina, con cui NanoRacks già collabora, e India. Stanno crescendo, in questo comparto, anche novità come Bulgaria e Lituania. Voglio dire che le imprese italiane, anche quelle storiche, per restare all’avanguardia dovrebbero osare di più con iniziative non solo legate alle grandi agenzie spaziali che garantiscono quella citata comfort zone da cui bisogna invece uscire per crescere».

 

 

Il team di NanoRacks Europe

Alcuni dei componenti di Nanoracks Europe in "trasferta": da sinistra,  A. Zabatta,  D. Antonucci, A. Aiello, Veronica La Regina, G. G. Cerrato, C. Salvaguardia.

 

Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 14:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA