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La guerra in Ucraina su TikTok, se il bunker di Valeriia diventa normale

Mercoledì 16 Marzo 2022 di Matteo Grandi
La guerra in Ucraina su TikTok, se il bunker di Valeriia diventa normale

C'erano una volta le lettere dal fronte e Radio Londra. Ed erano davvero pochi altri i modi per avere notizie sul conflitto bellico o dai propri cari in trincea.

Sembra un’era geologica fa. Oggi la guerra è molto più vicina. Non in senso geografico, ma a livello comunicativo sì. Ce l’abbiamo sotto gli occhi ogni volta che prendiamo in mano lo smartphone. E questo sta sovvertendo la nostra percezione del conflitto. Una percezione totalmente nuova per la sua, grottesco a dirsi, dimensione social. Un po’ come accadde nel 1991 con la guerra del Golfo: in quel caso si trattò della prima guerra ad avere una dimensione mediatica scandita dalle dirette televisive. Ma i media si evolvono e le nostre finestre sul mondo cambiano di conseguenza. Oggi ci troviamo in presenza di una propagazione social del conflitto che ha invaso i social network fin dal primo colpo di mortaio. Non mi riferisco soltanto alla propaganda fatta attraverso Facebook, Instagram o Twitter dalle due parti in causa, e neppure all’uso strategico – quasi rivoluzionario – che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha saputo fare della sua comunicazione social. Un’attività da “super influencer”, nel senso più stretto del termine, con la quale è riuscito a sensibilizzare, raccontare, creare empatia con la causa ucraina a livello planetario; oltre a mettere l’Occidente spalle al muro con richieste e prese di posizione che attraverso la rete hanno trovato un’amplificazione enorme. Cose che resteranno sui manuali di storia, se saremo così fortunati da continuare ad averla, una storia. Ma questa è solo la parte emersa dell’iceberg. Sotto la superficie, a macchia d’olio, si sta allargando la dimensione social della guerra vera e propria. Un flusso ininterrotto di racconti e immagini che sta letteralmente inondando tutte le piattaforme: dirette Instagram dei bombardamenti, condivisione di foto di battaglia “live”, immagini che fanno il giro del mondo nell’attimo esatto in cui le cose accadono, giovani militari che postano la foto d’addio al figlioletto prima di partire per il fronte, richieste d’aiuto in tempo reale, soldati che esorcizzano il pericolo postando balletti su TikTok come adolescenti qualsiasi. E, a proposito di adolescenti, c’è la storia di una giovanissima tiktoker ucraina che in questi giorni sta facendo molto parlare di sé ed è paradigmatica di questo nuovo racconto senza filtri.

Lei si chiama Valeriia Shahenok, nickname @valerisssh, e vive a Chernihiv, la città sulla quale i russi sono sospettati di aver utilizzato armi termobariche. Sui suoi canali social sta raccontando da giorni la sua nuova quotidianità: la vita nel bunker, i rapidi raid nella casa abbandonata, il cagnolino disorientato, le macerie, i supermercati vuoti… il tutto in un mix di musica e ironia a tratti straniante e allo stesso tempo straordinariamente coinvolgente. Ma quella di Valeriia è solo una delle tante storie che contribuiscono a questo ininterrotto racconto social in cui trovano pari dignità le testimonianze via TikTok della Generazione Z, i post dei reporter di guerra, i filmati di chi è impegnato in prima linea. Una realtà nuova che porta con sé anche qualche punto interrogativo: questa full immersion nella guerra, attraverso i nostri smartphone, ci aiuta a comprendere meglio e a vedere più nitidamente l’orrore del conflitto oppure genera una sorta di effetto doppler in cui avvertiamo la drammaticità del messaggio solo per quei pochi fugaci istanti durante i quali ci passa sotto gli occhi, per poi finire appiattito da un orizzonte prospettico in cui le immagini della guerra si mischiano come se nulla fosse al post di un fashion blogger o alla foto della cena postata da un cugino? E questo non rischia di far sembrare paradossalmente tutto più “normale”, quasi accettabile? La domanda è aperta, mentre i social sono ormai sia punto d’osservazione che campo di battaglia: terreno scelto per la propaganda fatta a suon di hashtag e di fake news, di ribaltamenti della realtà (vedi i recenti casi dei profili social delle ambasciate russe in giro per il mondo) in cui l’obiettivo è quello di accaparrarsi l’appoggio dell’opinione pubblica. Una guerra, anche quella virtuale, in cui ci si può fare male seriamente. Come con la decisione di Putin di spegnere Instagram e con lui i 77 milioni di account whatsapp in Russia. Con un danno economico enorme per small business, micro-blogging e attività commerciali. Ma visto che Meta non si sta rivelando “complice”, per il presidente russo anche la multinazionale di Menlo Park è ormai una nemica dichiarata al punto che la Russia ha deciso di considerarla, letteralmente, “un’organizzazione estremista”.

Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 09:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA