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Progetto Ice Memory: nelle carote di ghiaccio (anche al Gran Sasso) i segreti del clima

Mercoledì 20 Aprile 2022 di Stefano Ardito
I ricercatori Isp-Cnr al lavoro con il georadar sul ghiacciaio del Calderone

Le scorie dell’eruzione che ha distrutto Pompei e di quella, più antica, che ha devastato Santorini, nell’Egeo.

Le tracce dei gas di Chernobyl e delle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Le scorie emesse da attività pacifiche ma inquinanti dell’uomo, dalle fabbriche della Rivoluzione industriale alla lavorazione del piombo da parte degli antichi Romani. Chi cammina su un ghiacciaio di solito lo fa per svago, durante un’ascensione alpinistica o una gita di scialpinismo. In alcune località delle Alpi, tunnel e brevi sentieri sul ghiaccio sono accessibili anche ai turisti inesperti. Non è facile, durante attività come queste, rendersi conto che il ghiaccio ha un grande valore scientifico, ed è un archivio del clima della Terra. Invece le cose stanno proprio così. Ogni anno, la neve che si posa sui ghiacciai si trasforma in un sottile strato gelato, che reca all’interno le tracce del clima. Poi gli strati si comprimono, e nei secoli si allontanano dalla luce del sole. Chi li estrae, e li studia, può scoprire molte cose della storia del nostro pianeta.

La misurazione di una carota di ghiaccio

L’OPERAZIONE

«La ricerca sulle “carote” di ghiaccio è iniziata negli anni Sessanta, e ha via via interessato le Alpi, l’Himalaya, la Groenlandia e l’Antartide. La tecnologia per studiarle si evolve, e i risultati sono sempre più interessanti» spiega il glaciologo Carlo Barbante, direttore dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr e professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. I glaciologi veneziani, con i francesi dell’Università di Grenoble e gli svizzeri del Paul Scherrer Institut, lavorano da anni sulle colate del Monte Bianco e del Monte Rosa, oltre i 4.000 metri di quota. Nel 2021 i ricercatori dell’Università di Milano Bicocca, l’altro centro di eccellenza italiano, hanno estratto sull’Adamello una “carota” di 234 metri, in grado di raccontarci il clima del Medioevo. In Antartide si è arrivati a 3.300 metri di profondità, e quindi a un ghiaccio che si è formato 820.000 anni or sono. «Qualche anno fa, in una “carota” di ghiaccio dell’Ortles, abbiamo trovato un ago di pino. Lo abbiamo studiato al carbonio 14, e abbiamo scoperto che risale a 7.000 anni fa, molto prima di Oetzi, la mummia ritrovata tra i ghiacci del Similaun», prosegue il professor Barbante. «Il nostro progetto si chiama Ice Memory, e studia la storia del clima sulla Terra. Ma analizzare le “carote” non basta, bisogna anche conservarle. In futuro i ricercatori avranno tecniche e strumenti più raffinati di oggi, e scopriranno cose che noi non siamo riusciti a vedere» conclude il direttore dell’Isp-Cnr. I glaciologi tradizionalmente lavorano senza fretta, in un ambiente che sembra immutabile. Ma questa situazione è cambiata. «Il riscaldamento globale ha un effetto devastante sui ghiacciai, che si riducono, si frammentano e a volte scompaiono del tutto. Entro il 2100 gran parte dei ghiacciai alpini potrebbe non esserci più. Per questo ci stiamo concentrando sui ghiacciai più fragili, e più vicini all’estinzione» spiega Jacopo Gabrieli, ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari. Nel prossimo autunno, i glaciologi delle Università di Venezia e Padova, insieme ai colleghi francesi, svizzeri, dell’Ingv e del Pnra, il Programma nazionale italiano per le ricerche in Antartide, saliranno sui 5.895 metri del Kilimangiaro, in Tanzania. Quel ghiaccio sull’Equatore, descritto da Ernest Hemingway, è destinato a sciogliersi in pochi anni. Poi toccherà alle colate più vicine all’estinzione sulle Alpi, come quelle della Marmolada sulle Dolomiti, e del Canin e del Montasio sulle Alpi Giulie, in Friuli.

LA TAPPA

La prima tappa del viaggio, però, è sul ghiacciaio del Calderone del Gran Sasso, l’unico dell’Appennino e il più meridionale d’Europa. A metà marzo, Jacopo Gabrieli e i suoi colleghi sono saliti in elicottero fin sui 2.650 metri del Calderone e lo hanno misurato con elettromagnetometro e georadar, scoprendo che lo spessore massimo del ghiaccio è di 26 metri. Il lavoro è ripreso a Pasquetta, quando i ricercatori sono saliti al rifugio Franchetti, e hanno spianato sul Calderone una piattaforma per i loro macchinari. Il lavoro per l’estrazione della “carota” di ghiaccio è in corso ed è più complicato che altrove. La presenza nel ghiaccio di scorie di terra e roccia impedisce di servirsi di un perforatore in alluminio. Occorre utilizzare uno strumento che pesa 45 quintali, e che dev’essere portato in quota da un Erickson C-64, un enorme elicottero dei vigili del fuoco. Il ghiaccio, tagliato in segmenti di un metro, verrà portato a Venezia, e tenuto a 25° sottozero. «Oggi le “carote” estratte in Europa vengono conservate a Venezia, a Milano, a Grenoble, a Berna e a Innsbruck. Per il ghiaccio del Gran Sasso, delle Dolomiti e del Kilimangiaro puntiamo a una destinazione diversa, di grande valore scientifico e simbolico» spiega il professor Carlo Barbante. Entro un paio d’anni, una parte del ghiaccio estratto in climi temperati e tropicali verrà trasferito in Antartide, nella base italo-francese di Concordia, a più di 3.000 metri di quota. «L’Antartide è il luogo più freddo della Terra, la base è un centro di ricerca importante, dove lavorano glaciologi di prim’ordine» conclude il professore. «Ma è anche un luogo simbolico, non ha confini, appartiene all’umanità intera. È giusto conservare laggiù un pezzo della memoria di noi tutti».

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Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 09:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA