Energia, il tetto al gas vale solo se nasce democratico

Mercoledì 21 Settembre 2022 di Gianni Bessi
Energia, il tetto al gas vale solo se nasce democratico

La logica deve sempre guidarci, specialmente in una situazione di emergenza come quella energetica.

Fa bene il ministro Roberto Cingolani a sottolineare, come anche nell’ultima intervista al Messaggero, gli sforzi compiuti dal governo sul fronte energetico per rispondere alla crisi in atto, come il riempimento degli stoccaggi e gli interventi per alleggerire le bollette. Come anche il lavoro che si sta portando avanti nell’Ue per trovare un accordo sul price cap. Su questa partita il ministro, anzi, rilancia, affermando che nel caso l’accordo non si trovi, l’Italia troverà il modo di tagliare il prezzo a livello nazionale, aggiungendo che si potrà anche rispondere alla richiesta delle imprese di aumentare la produzione italiana di metano. Sui due punti il ministro però dovrebbe fare chiarezza. Cominciamo dall’aumento della produzione di gas dai giacimenti italiani. Il ministro dovrebbe ricordare che esiste già un ordine del giorno del Senato, sul quale il governo aveva dichiarato l’impegno di recepirlo al fine di intervenire sulla strategia delle estrazioni di gas nazionale alla prima azione legislativa in programma.

IL POTENZIALE

L’ordine del giorno, in deroga dal Pitesai, consente la coltivazione, per la durata del giacimento, delle concessioni poste nel tratto di mare compreso tra il 45° parallelo e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro del fiume Po, a una distanza dalla costa superiore a 9 miglia e con un potenziale di gas superiore a 150 milioni di metri cubi. Inoltre darebbe il via libera al rilascio di nuove concessioni in zone di mare poste fra le 9 e le 12 miglia. L’operazione rimetterebbe in gioco riserve che alcune stime indicano in 30 miliardi di metri cubi. Questa soluzione va nella direzione che Regno Unito, Croazia e Grecia hanno già imboccato da tempo. Sono azioni che non hanno un effetto immediato, ma contribuiscono tutte ad aumentare la spare capacity – ovvero la capacità inutilizzata – e quindi i volumi che andiamo a mettere in produzione. E la spare capacity è il totem a cui ci si rivolge quando si discute di cicli rialzisti o ribassisti del prezzo del gas. Questo ci porta all’ipotesi di Cingolani sulla necessità di istituire un tetto al prezzo. Il quale si è ormai trasformato nell’immaginario collettivo in una sorta di “pallottola d’argento” che può risolvere l’emergenza energetica. In primo luogo, bisogna definire quale modello di price cap, perché ci sono state diverse esperienze, a cominciare da quella spagnola, che però non possono essere applicate automaticamente alla situazione europea.

Ma c’è una cosa ancora più importante: non si può affrontare il prezzo del gas senza occuparsi anche della sua disponibilità. In questo momento il prezzo alto comunica ovviamente un messaggio di scarsità, ma non è detto che se risolviamo il problema della disponibilità risolviamo anche il problema del prezzo; mentre a seconda di come definiremo il price cap potremmo a quel punto innescare un maggiore problema di disponibilità. Anzitutto una precisazione su un tema troppo spesso sottovalutato: il prezzo indicato quale tetto, non dovrà scoraggiare chi esporta verso l’Europa. Dovrà cioè riferirsi al possibile differenziale con i prezzi pre-crisi, mettendo società e Paesi produttori nelle condizioni di continuare comunque a guadagnare, ma senza selvagge speculazioni. Ma ciò non basta.

La questione è come strutturare il price cap: deve essere un prezzo temporaneo e amministrato per tutte le forme di approvvigionamento, tubo e Gnl, o deve valere solo per quelle via pipeline? Va applicato esclusivamente ai flussi dalla Russia o va esteso a quelli da Norvegia e Algeria? Infine, deve essere un provvedimento pro-tempore o va reso strutturale con una riforma del mercato elettrico? Insomma, sul piano regolatorio le variabili fioccano. A questo punto vale una considerazione. Se si impone un tetto alle contrattazioni alla Borsa di Amsterdam, o a quello nazionale, per conseguenza lo si impone anche a tutti i contratti che gli sono agganciati: un dazio “democratico” insomma. La conclusione è che non si tratterà di un intervento sul prezzo generato da un indice qualsiasi, ma una sorta di dazio che sterilizza il differenziale tra prezzo e l’eventuale price cap ipotizzato. Il rischio, tutt’altro che modesto, è che i volumi possano ridursi drasticamente se il prezzo in Asia resta più alto e se noi europei non ci impegniamo, cosa tutt’altro che pacifica, con una durata più lunga dei contratti.

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Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 07:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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