Addio plastica monouso, piatti e forchette usa e getta saranno di bambù

Mercoledì 14 Luglio 2021 di Nicolas Lozito
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C'erano una volta le feste di compleanno con i piattini di plastica, le forchette che puntualmente si spezzavano, i coltelli con cui era impossibile tagliare, le confezioni di cibo nel polistirolo. E poi tovaglie, cannucce, contenitori, per non parlare dei segnaposto, o delle bacchette dei palloncini. C’era una volta tutto questo e ora, come per magia, mai più ci sarà: il 3 luglio è entrata in vigore in Italia la direttiva europea che vieta la plastica monouso. Tra gli scaffali del supermercato fra poco, quando tutte le scorte saranno finite, non li troverete più. Saranno sostituiti da alternative più sostenibili: posate di bambù, cannucce di metallo (o, come già succede in certi locali alla moda, da bucatini di pasta), piatti di carta rinforzata. Se ancora non li conoscete, basterà una grigliata o un picnic con gli amici per capire da che parte va il mondo. O andare al reparto dei prodotti per l’igiene personale del supermercato: sì, perché il bando vale anche per i cotton fioc.

LA DIREZIONE

L’obiettivo non è solo quello di limitare la produzione di plastica e così dare un freno a un’industria che ha bisogno di molte risorse, ma soprattutto rallentare la quantità di rifiuti che produciamo. Molti tipi di plastica monouso, infatti, non sono riciclabili o sono spesso troppo sporchi per essere riciclati in maniera corretta. La plastica monouso degli oggetti quotidiani, poi, è anche la principale indiziata per l’inquinamento delle spiagge e degli oceani. Secondo una classifica di Ocean Conservacy, impegnata in azioni di pulizia delle spiagge di tutto il mondo, nei primi 10 rifiuti più presenti sul lungomare almeno 6 sono imballaggi o oggetti monouso. Per fare qualche esempio: le confezioni di cibo sono al secondo posto (subito dopo i mozziconi di sigaretta), le cannucce al sesto, i sacchetti all’ottavo. Secondo Legambiente nelle spiagge italiane troviamo una media di 783 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia, valore che supera di gran lunga la soglia o il target di riferimento stabilito a livello europeo per considerare una spiaggia in buono stato ambientale, ossia meno di 20 rifiuti spiaggiati ogni 100 metri lineari di costa. L’84% dei materiali trovati sulle nostre spiagge è di plastica. Lo studio delle spiagge ci dà una fotografia parziale, ma comunque indicativa, per capire cosa sta succedendo negli oceani, con milioni di tonnellate di plastica che stanno cambiando, e spesso distruggendo, interi ecosistemi.

I NUMERI

Certo, a una prima impressione non si può pensare di cambiare il mondo con una cannuccia in meno alla volta, ma a guardare i grandi numeri del fenomeno si può intuire perché sia importante darsi nuove regole: il mondo produce 400 milioni di tonnellate di plastica ogni anno, un dato che dagli Anni ‘50 a oggi è sempre cresciuto (fatta eccezione per due anni di recessione, nel 1975 e nel 2008). Il 50% è fatto di plastica monouso, prevalentemente imballaggi. Nonostante il riciclo stia crescendo, soprattutto in Europa, bisogna guardare al fenomeno nel suo complesso: dal Dopoguerra a oggi solo il 9% della plastica è stata riciclata, il 12% incenerito, il 79% è da qualche parte là fuori, o in discarica o, peggio ancora, disperso nell’ambiente. Se poi la plastica, a causa dell’azione degli elementi inizia a degradarsi e sminuzzarsi, ci troviamo di fronte al problema delle microplastiche, i cui effetti sugli organismi viventi sono ancora al vaglio di numerosi studi che cercano di capirne la gravità. Secondo un report del 2019 del WWF noi esseri umani ingeriamo ogni 10 giorni una quantità media di microplastiche che equivale al peso di una carta di credito: 7 grammi circa, che arrivano soprattutto dall’acqua (sia di rubinetto sia imbottigliata), dalla birra e dai crostacei. E a fine 2020 uno studio dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dell’Università Politecnica delle Marche ha rivelato, per la prima volta, che le microplastiche si possono trovare anche nella placenta umana: è ancora impossibile capire l’effetto che possono dare sui nascituri, ma sicuramente è un dato allarmante. Ecco perché trovare delle soluzioni sostenibili è sempre più importante. L’obiettivo europeo, abbracciato anche dall’Italia (dopo un lungo e acceso dibattito) non mira solo a cambiare i materiali dei prodotti che compriamo, ma anche a diffondere una maggiore attenzione per l’ambiente: i prodotti fatti con materiale biodegradabile o riciclabile potrebbero costare di più, ma i benefici abbracciano tanto la natura quanto noi umani. La messa al bando o la disincentivazione di certi tipi di plastica non si ferma qui: per il 2022 è prevista l’entrata in vigore della Plastic tax (rinviata dall’anno scorso), che tasserà chi produce plastica monouso vergine, e in molte regioni e Paesi europei si sta iniziando a vietare la vendita dei palloncini, così come quella dei bicchieri.

LA CULTURA

Come cambiano gli scaffali dei supermercati, muteranno (e sono già mutate) anche le nostre abitudini, di tutto il mondo e soprattutto di noi italiani, così legati alla plastica. Grazie agli esperimenti di Giulio Natta, premio Nobel nel 1963, siamo stati i pionieri dello sviluppo industriale dei prodotti di plastica, che all’epoca conoscevano tutti come Moplen, il marchio registrato del polimero inventato da Natta. Qualcuno si può ancora ricordare, o può aver scoperto grazie a Youtube, i jingle del Carosello, quando Gino Bramieri ripeteva: “Leggero, resistente, inconfondibile: ma signora badi ben che sia fatto di Moplen”. Dobbiamo lentamente dire addio alla tanto amata-odiata plastica e cambiare prospettiva. “Life in plastic, is fantastic”, cantava il gruppo americano Aqua nel 1997. Ecco, ora bisognerà trovare nuove rime per i nuovi materiali “verdi”. Con bambù è facile: basta fare... di necessità virtù.

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Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 09:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA