Djokovic, il campione che non riesce proprio a farsi amare

Venerdì 14 Gennaio 2022 di Vincenzo Martucci
Djokovic, il campione che non riesce proprio a farsi amare

“Pace e amore”. Nel novembre del 2016 Novak Djokovic, l’uomo forte del tennis, quello che ha contrastato e scalzato i mitici Roger Federer e Rafa Nadal dal trono del tennis, ha cercato all’improvviso aiuto dal guru Pepe Imaz, scalfendo così la propria immagine di guerriero indomito, di uomo che non deve chiedere mai, temprato dalle difficoltà di una famiglia povera, di ragazzino testardo che si allenava fra un bombardamento e l’altro della Nato nella sua Belgrado, di allievo diligente che abbandonava casa per seguire i corsi di Niki Pilic a Monaco di Baviera.

Lui, proprio lui, che aveva minacciato di diventare numero uno del mondo e ci era riuscito per sbandierare orgoglioso la bandiera della sua piccola Serbia, appariva debole e indifeso, bisognoso di una forza che non trovava più dentro di sè, né nella scienza, che fosse una camera iperbarica o una dieta senza glutine. E’ stato il momento in cui molti lo hanno abbracciato ed accarezzato, come si fa con un cucciolo di puma con la zampa ferita. Anche se, appena è guarito, Nole I di Serbia ha abbandonato pace ed amore e ha ricominciato a sbranare gli avversari come prima, più di prima, battendo record e scalando la classifica dei guadagni, dei titoli, dei record, implacabile e insaziabile come uno squalo bianco. Con un atteggiamento e un’attitudine che non gli poteva mai permettere di elevarsi davvero nell’hit parade della pace e dell’amore che aveva professato per un po’, tenendosi per mano con chi aveva smarrito la fede come lui e cantando giulivo guardando il cielo.

Djokovic, guerra e pace

Il tennista ha superato gli altri tennisti, tutti gli altri tennisti, perché quand’è al massimo non lascia scampo proprio a nessuno, colpendo con la risposta ai colpi da fondo. Ma l’uomo non è riuscito a competere mai davvero con i due campioni più amati, Roger & Rafa, diversi, ma in fondo simili, fino al punto di diventare amici, perché legati da genitori benestanti, praticanti e conoscitori di tennis, da un habitat sereno e ovattato, da connazionali “bonvivant” come possono esserlo gli svizzeri e gli spagnoli, con principi etici e regole tradizionali.

 

Nei lori comportamenti pubblici, dentro e fuori del campo da tennis, Federer e Nadal, si sono dimostrarti sempre troppo diversi dal nuovo arrivato, l’usurpatore Djokovic: sempre misurati negli scatti d’ira, rarissimi, gentili col mondo esterno, disponibili, generosi con gli avversari, eleganti, buoni. Ecco, buoni. Forse anche solo di facciata, ma fino a mostrarsi in lacrime davanti agli eventi straordinari delle loro straordinarie carriere. In netto contrasto con Nole, che in certi sguardi buono proprio non è, anzi. Impressionante per quanto è feroce.

Forse anche perché, per tirar fuori il meglio (e quindi il peggio) di sé, si è abituato a mettersi da solo con le spalle al muro, in una condizione disperata, estrema, causando quei transfert agonistici irresistibili che gli hanno fatto rovesciare partite ormai perse e salire ad altezze mai immaginate. Ma la folla, il popolo, non ha capito. Nella maggior parte dei casi ha interpretato quelle fulminee e selvagge trasformazioni in autentiche finzioni che mascheravano la vera indole cattiva del personaggio. Com’era possibile che quello stesso Novak che un attimo prima buttava via i colpi, e i games e quasi la partita come un burattino senza fili, all’improvviso cambiasse e diventasse una robot infallibile?

I goffi tentativi

Molti hanno interpretato male anche le imitazioni che faceva dei colleghi più famosi, da Rafa alla Sharapova: non faceva il carino, non esprimeva la sua anima da showman, era invidioso di quelle star, che in quel momento sembravano inarrivabili. Mentre in realtà erano tentativi, anche goffi di farsi notare, e quindi apprezzare ed accettare, e alla fin fine di farsi amare dal mondo.

Djokovic, che avverte da sempre i limiti di una infanzia difficile e la lettera scarlatta che la comunità internazionale ha appiccicato addosso alla sua piccola Serbia dopo l’efferata guerra dei Balcani, voleva fortissimamente affrancarsi. Così si spiega anche il gesto che ha ripetuto per anni, a fine partita, di regalare simbolicamente con le braccia tese il suo cuore, rivolgendosi alle quattro tribune del campo. Ma anche quello, ai più, è suonato falso, furbo, eccessivo. Poi è stato anche sfortunato a colpire con una pallina una giudice di linea in un gesto di stizza, in uno dei suoi famosi e incontrollabili moti di rabbia, costringendo l’arbitro a cacciarlo dal campo agli US Open.

Ma tutti, proprio tutti, anche i suoi tifosi più agguerriti, in quei momenti si sono posti la stessa domanda: Roger e Rafa avrebbero mai fatto una cosa del genere? E lo stesso è successo in questi giorni, nella odiosa vicenda della fantomatica esenzione medica per dribblare vaccino e quarantena Covid-19. Vicenda che Nole non ha saputo gestire dall’inizio alla fine, perché in famiglia non ha la sponda che avrebbero avuto Federer e Nadal, perché non ha il tocco magico degli altri due, e perché comunque non si fa mai consigliare veramente, ma agisce di testa sua, d’istinto, di forza.

Le domande

Nole non è cattivo, l’ha dimostrato e lo dimostra continuamente. Come quando ha aiutato d’impulso Bergamo nel momento più tragico della pandemia, come quando ha aperto la sua scuola - e chissà quante altre iniziative di beneficienza -, o come quando s’è buttato nella guerra sindacale contro l’ATP e ha preso posizione in modo netto e deciso di più, molto di più, dei famosi Federer e Nadal. Dimostrandosi sicuramente più vicino al popolo dei due aristocratici rivali. Nole forse è troppo intelligente, troppo desideroso di stravincere, troppo schiavo del suo io per suscitare davvero il sentimento più puro e bello che esista, cioè l’amore.

E più lui si è ostinato nel vincere anche questa battaglia più ha indurito gli animi delle persone che avrebbe voluto conquistare. Così da ottenere l’esatto contrario. Fino alle ultime vicende, concluse nel modo peggiore, ossia con lui che deve ammettere di aver mentito, almeno due volte, e con lui che scarica le responsabilità sempre su altri e si ostina. Ma anche se qualcuno vuole ancora intravedere il cucciolo di puma ferito che invoca pace e amore, il mondo non si commuove. Anzi, fa pollice verso. Sancendo la sua sconfitta nella sfida che Djokovic avrebbe voluto vincere: quella della credibilità dell’uomo Novak.

Chi può amarlo adesso senza la racchetta? E pensare che quando a settembre ha perso la finale di New York e insieme la possibilità di chiedere il Grande Slam gli sembrava quasi avercela fatta a conquistare la gente, quando i 23mila dello stadio gli hanno tributato una convinta e commossa standing ovation. Il rispetto, quel giorno, era diventato per un attimo amore, ma il peggior nemico di Novak è Novak stesso, e purtroppo in Australia s’è mostrato al mondo intero nella sua espressione peggiore.

 

Ultimo aggiornamento: 16:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA