Mete e placcaggi, ma niente birra oggi a Cardiff per Galles-Scozia nel Sei Nazioni: storico divieto nel rugby. Perché?

Sabato 12 Febbraio 2022 di Paolo Ricci Bitti
La presse (Foto d'archivio)

Una partita di rugby, anzi, il massimo di una partita di rugby, ovvero una partita del Sei Nazioni senza birra sulle tribune? Sacrilegio, non si può, non è mai accaduto (l'eccezione è italiana, si vedrà), non è possibile, non ci si crede proprio. Invece accade oggi e proprio a Cardiff, la capitale del Galles, la nazione più neozelandese e quindi ovale dopo la Nuova Zelanda. La chiesa al centro del villaggio c'è davvero a Cardiff: la città di 600mila abitanti ha costruito lo stadio “Principality” da 72.499 posti (più uno, per il Principe del Galles) che più in centro non si può, piazza di Spagna potremmo dire a Roma. Hanno dovuto persino farlo ruotare di tre gradi, rispetto all'originario Arms Park, perché altrimenti gli enormi “impennaggi” che reggono il tetto retrattile avrebbero sfondato le pareti dei palazzi fra i quali è stato “incastrato”.

Ebbene oggi, con il tutto esaurito per il mach con la Scozia, non solo i bar allo stadio chiuderanno al termine del primo tempo, ma in più verrà spillata birra con una gradazione attenuata. E altre limitazioni sono state imposte nei pub attorno al Principality, ovvero ai pub di tutta Cardiff. Che affronto.

E' questa la notizia che tiene banco al di là del vallo di Offa più ancora dei pronostici della partita che si gioca, sempre accompagnata da abbondanti brindisi, da 139 anni. Si alzano i boccali prima e dopo il potente e commovente inno Hen Wlad Fy Nhadau (La vecchia terra dei miei padri) che fa tremare lo stadione il cui tetto, quando si gioca a rugby, viene chiuso malvolentieri: Dio deve poter vedere in azione i suoi prediletti.

 

Ma perché la federazione (Union) gallese rinuncia oggi ad almeno due milioni di sterline d'incasso dei millanta chioschi di cui è tappezzato lo stadio?

La prima giustificazione è inappuntabile: tolte ormai tutte le precauzioni anti Covid, meglio limitare passaggi di bicchieri (di plastica) di mano in mano. Del resto il Principality l'anno scorso non ospitò il Sei Nazioni, perché venne trasformato nel più grande ospedale d'Europa per malati di Covid, con il prato coperto da tendoni-reparto. La secondo giustificazione è altrettanto inappuntabile, perlomeno per i canoni anglosassoni: ultimamente i fedeli gallesi avevano esagerato. Episodi qua e là, nessun dramma, ma non si possono più accettare invasioni di campo durante i match (a novembre se n'erano registrate 3, tante quante quelle degli ultimi 10 anni) e nemmeno si possono accettare le giuste lamentele di qualche papà i cui figlioli (bambini) sono tornati a casa dopo aver fatto la doccia di birra (se non di vomito) perché dietro di loro qualcuno aveva perso il controllo.

Anche qui un paio di casi appena, ma ben registrati ed evidenziati dalla stampa. E allora ecco le restrizioni che vanno contro una trisecolare tradizione, poi si vedrà. Proteste? Non pervenute. Nemmeno dallo sponsor del Sei Nazioni, una birra irlandese da record.

 

Il precedente analcolico in Italia? Nel 2000, per il primo match del Torneo in versione a 6 perché appunto erano stati invitati gli azzurri, le Autorità addette all'ordine pubblico, preoccupate per l'arrivo di 6mila scozzesi, vietarono la vendita di alcol al Flamino e nei suoi dintorni. Era quello che facevano per ogni partita di calcio, del resto. La sorpresa degli scozzesi fu epocale: chi di loro era già entrato allo stadio ne uscì di corsa per andare a fare scorta di birra nei supermercati di piazzale Flaminio. Qualcuno bevve un po' troppo anche prima del match e si addormentò nelle aiuole di viale Tiziano senza vedere la storica sconfitta inflitta dall'Italia.

 

Era stato detto e ridetto alle Autorità che i tifosi del rugby non richiedono misure di ordine pubblico e restrizioni, ma nessuno si prese la briga di vedere quello che accadeva nel Regno Unito e Irlanda dal 1883 e in Francia dal 1910. Poi la scoperta, migliaia e migliaia di tifosi anglosassoni o blues che portano nella Capitale solo allegria, canti e parecchi soldi: un sold out all'Olimpico con l'Inghilterra, in tempi non pandemici, porta 20 milioni di indotto a Roma senza costare un euro di ordine pubblico. E da allora nessuna limitazione per il Sei Nazioni al Flaminio e all'Olimpico.

Paolo Ricci Bitti

Ultimo aggiornamento: 14:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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