Riforma anti-federalista nel rugby, la rivolta dei comitati regionali della Fir

Venerdì 15 Maggio 2020 di Ivan Malfatto
Il vice presidente federale Nino Sacca con il trofeo alla Coppa del mondo under 20 giocata nel 2011 in Veneto
ROMA - No al federalismo delle regioni nel rugby. Sì al centralismo di Roma. È la linea della federazione frutto di una riforma dei comitati regionali che, se andrà in porto, potrebbe vedere molti di essi trasformati in delegazioni. Con presidenti non più eletti dalla società (il territorio), ma nominati dalla Fir (il centro).

L’ipotesi della riforma verticistica dell’organizzazione del rugby italiano è emersa nell’ultima riunione fra i presidenti dei comitati regionali e quello federale Alfredo Gavazzi, suscitando vibranti contestazioni. «Sono totalmente contrario, mi batterò perché ciò non avvenga - afferma Claudio Ballico, presidente del Friuli Venezia Giulia - Con le nuove norme anche il nostro comitato sarebbe teoricamente a rischio, nonostante i 16 club, i 1.700 tesserati e la fitta attività, perché con 1,2 milioni di abitanti non raggiungerebbe il tetto minimo di 1,5 milioni. Ma a parte il caso personale, è la filosofia di creare in Italia 5-6 macro comitati eletti e tutto il resto delegazioni nominate che ritengo controproducente. Ora il presidente con sette consiglieri può fare del lavoro, poi si troverebbe da solo con un impiegato e un tecnico. Non capisco inoltre come uno da Roma possa decidere cosa serve in Friuli. Infine il rugby alle riunioni con Coni, Regione e altre istituzioni varrebbe meno di altri sport rappresentati da un presidente e non da un delegato».

Sulla stessa linea Marzio Innocenti. Il Veneto è il Galles d’Italia (4,9 milioni d’abitanti, circa 70 club e 13.000 tesserati), non corre il rischio di diventare delegazione. «Ma sono lo stesso contrario - spiega il numero uno del Comitato veneto e candidato alla presidenza della Fir - È importante avere presidenti eletti e non delegati nominati per i necessari pesi e contrappesi democratici. Un punto del mio programma è proprio dare più importanza ai comitati regionali, trasformarli nel motore del movimento. Qui si va nel senso opposto».
Cosa prevede la riforma? Lo statuto dalla Fir, approvato dal Coni il 16 maggio 2019, dice: «Nelle regioni con popolazione superiore a 1,5 milioni d’abitanti, ai fini della costituzione del comitato, il numero delle società affiliate con diritto di voto può essere aumentato dal consiglio federale proporzionalmente alla popolazione fino a un massimo di 60 società».

Nell’ipotesi di riforma della statuto, curata da Nino Saccà, vice presidente Fir con delega alle carte federali, quel «può» diventa una griglia definita e rigida: 2 milioni d’abitanti 15 società, 2,5 milioni 20, 3 milioni 25, 3,5 milioni 30, 4,5 milioni 35, 5,5 milioni 45, 6 milioni 50, oltre 6 milioni 60.

IL DESERTO DEL SUD
«La Puglia con 25 club e 4,5 milioni di abitanti perderebbe lo status di comitato - spiega il suo presidente Grazio Menga - Ma sarebbe un colpo per tutto il Sud, dove già Molise, Basilicata, Calabria e di recente Sardegna sono ridotte a delegazioni per il basso numero di società. Con le nuove regole anche la Sicilia non avrebbe i numeri e la Campania sarebbe a rischio». I comitati eletti si fermerebbero al Lazio e all’Abruzzo, a riprova del “deserto ovale” nel quale si sta trasformando il Sud Italia.

Più cauto Egiziano Polenzani, presidente dell’Umbria. «Prima di giudicare voglio sapere, approfondire la questione, ci sono anche da espletare disposizioni del Coni in materia. L’Umbria, 13 club e il miglior rapporto abitanti/tesserati d’Italia (830mila/1.700) è comitato solo dal 2013. Per 30 anni sono stato il delegato e ho lavorato senza problemi. Se però l’idea è accorparci alla Marche, allora è diverso. Non va bene. Si andrebbe contro il federalismo, la direzione presa dal Paese, e si perderebbe l’identità regionale».


LA RISPOSTA DELLA FEDERAZIONE


ROMA - «La Federazione italiana rugby chiarisce che la riforma allo studio opererà in modo tutt’altro che rigido, tenendo conto di ciascuna realtà territoriale tramite una serie di correttivi previsti già in via di principio dalla norma statutaria, dalle norme e delibere attuative, oltre che da norme transitorie».

Con un linguaggio tra il burocratese e il leguleio, tipico di simili vicende, la Fir con una nota si affretta a gettare acqua sul fuoco della “rivolta” dei presidenti di comitato regionale, di cui ha dato notizia il Gazzettino, attraverso le parole di quattro di loro: Innocenti (Veneto), Ballico (Friuli), Polenzani (Umbria) e Menga (Puglia). Il motivo scatenante è la riforma proposta dal vice presidente federale Nino Saccà che, inserendo stretti limiti numerici nel rapporto fra abitanti e società rugbistiche, porterà diversi comitati regionali (dove il presidente è eletto democraticamente dai club) a trasformarsi in delegazioni (dove il delegato è nominato dall’alto).

Una sorta di anti-federalismo elettorale sul quale la Fir però precisa: «La riforma dell’organizzazione territoriale - in coerenza con i Principi informatori del Coni secondo i quali lo Statuto federale è stato aggiornato nel 2019 - ha come unico fine la crescita armonica del gioco del rugby sul territorio nazionale, secondo le potenzialità dei singoli movimenti regionali. Giova precisare come gli Statuti delle federazioni sportive, marcatamente a seguito della “Legge Melandri”, escludano qualsivoglia forma di federalismo, chiarendo come ruolo primario di Comitati e Delegazioni la promozione e lo sviluppo del rugby sul territorio, ferme le competenze regolamentari e di indirizzo che restano in capo al Consiglio federale».

Ma alla voce di dissenso dei quattro colleghi citati si aggiunge quella autorevole di Orazio Arancio, ex azzurro, presidente della Sicilia (comitato a rischio scomparsa, come quasi tutti quelli del Sud), consigliere federale e membro del consiglio nazionale del Coni: «Non avrebbe senso - spiega -inserire questi limiti ora che ci sono da affrontare le pesanti conseguenza sul movimento del Coronavirus. Chiedo perciò il rinvio della riforma al prossimo quadriennio. Chiedo inoltre, proprio in ossequio ai Principi informatori del Coni, che tali limiti quando verranno applicati siano i più elastici possibili, per dare modo ai comitati di organizzarsi».

LA FUGA DI NOTIZIE
Dopo i chiarimenti, però, da parte della Federazione arriva una stoccata ai presidenti regionali per la fuga di notizie che non è riusciti a fermare: «In ultimo, Fir stigmatizza con forza l’anticipazione e diffusione di informazioni parziali in merito a una riforma tutt’oggi in fase di studio, comportamenti che hanno il solo effetto di generare infondata turbativa tra le componenti del movimento». Ma se i dirigenti regionali da Nord a Sud hanno deciso di parlare, dopo una riunione con il presidente federale definitiva particolarmente animata, i motivi di preoccupazione dal loro punto di vista sono evidentemente seri e tangibili.
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