Elio De Anna torna in mischia: «Il rugby italiano va risvegliato, mi candido alla presidenza della Fir»

Martedì 11 Febbraio 2020 di Ivan Malfatto
Elio De Anna, 70 anni, ex ala del Rovigo e della Nazionale, candidato alla FIR
Elio De Anna a 70 anni torna in campo per il Risveglio del rugby italiano. È la parola usata per lanciare il manifesto della sua candidatura alla presidenza della Federazione italiana. In alternativa all'attuale gestione che con indulgenza definisce «perlomeno in chiaroscuro». È il terzo candidato ufficiale, dopo Marzio Innocenti, Giovanni Poggiali (Palc), in attesa di Alfredo Gavazzi (presidente in carica) e altri. Friulano di Cordenons (Pn), De Anna è stato una leggenda del rugby anni 70-80: 16 campionati nazionali, 2 scudetti a Rovigo, 27 volte azzurro. Di professione medico, nel ventennio 1998-08 si è dato alla politica con Forza Italia diventando presidente della Provincia, assessore e consigliere regionale. È consigliere della Fidal, per la quale non si ricandiderà. Ora torna nel mondo ovale, in realtà mai abbandonato, rivoluzionato dal professionismo rispetto a suoi tempi e con una federazione italiana in crisi di risultati.
Le sconfitte consecutive dell'Italia al Sei Nazioni sono diventate 24, record stra-battuto.
«Anche dovessimo vincere contro la Scozia nel prossimo turno il giudizio su questa federazione non cambierebbe. L'hanno già emesso gli zero punti a Cardiff e il non essere mai stati in partita a Parigi».
I successi con la Scozia però sono stati spesso l'ancora di salvezza, o l'equivoco, sulla competitività della Nazionale.

«Non possono più esserlo. Anche il movimento scozzese è in difficoltà, ha pochi tesserati, è sostenuto da iniezioni di equiparati. L'unità di misura per l'Italia dopo vent'anni nel torneo deve passare per la competitiva contro Irlanda o Inghilterra. Va inoltre programmato uno sviluppo serio che porti a vincere stabilmente una, possibilmente due partite l'anno nel Sei Nazioni».
L'Italia under 20 dà speranze in tal senso?
«Da anni con under 18 e 20 siamo vicini o alla pari. Poi gli altri fanno maturare i giovani, noi no e il divario si allarga».
Ci dovrebbe pensare la struttura creata dalla Fir Accademie-club-franchigie.
«Invece dopo un decennio questo sistema finalizzato al Pro14 ha fallito. Bisogna tornare a sviluppare il campionato, dargli importanza. E poi agganciare le Accademie a un club per fidelizzare i giovani. Come gli Espoirs in Francia».
Il campionato, invece, agonizza.
«Non è possibile vedere sugli spalti 1.500 persone a uno scontro prima contro seconda come Rovigo-Valorugby di sabato. Una match così ne merita 6-7.000. Il prezzo di ciò lo sta pagando anche la Nazionale, non solo nei risultati».
Come?
«Con i vuoti che ormai si vedono all'Olimpico al Sei Nazioni. Reggiamo solo perché arrivano almeno 10.000 tifosi ogni volta dell'estero. L'attrattiva del rugby in Italia negli ultimi anni si sta spegnendo. Per questo serve un risveglio».
Lei e il gruppo Rugbisti per sempre che la sostiene come pensate di svegliare l'Italia?
«Lavorando su tre direttrici. La prima fuori dal campo, verificando se il sistema federale è riuscito ad adeguarsi alla globalizzazione, che ha rivoluzionato il mondo e nel rugby ha portato al professionismo. Bisogna ricalibrare i tre livelli: Pro14-Nazionale, campionato e tutto quello che c'è sotto. Serve una nuova politica con i media nazionali da cui siamo spariti. Bisogna affidarsi a degli advisor che sfruttino meglio la nostra immagine».
La seconda direttrice riguarda il campo.
«La formazione tecnica di tutte le componenti: allenatori, arbitri, dirigenti. Va affidata a un'eccellenza mondiale, come sono stati Julien Saby, poi Roy Bish e Pierre Villepreux ai miei tempi di giocatore. Un guro che giri per tutti i campi d'Italia. A porre le basi del progetto. A far parlare al movimento una lingua comune dalla base al vertice. Come non ha fatto Conor O'Shea. Almeno il 90% del rugby italiano deve andare nella stessa direzione, se vogliamo ottenere risultati».
Niente guru in Nazionale, quindi.
«No, la Nazionale la può allenare anche Massimo Brunello o un altro tecnico. I giocatori sono quelli, basta uno che sappia ricavarne il meglio. La mente del progetto deve stare dietro. Per sanare quanto non ha funzionato in dieci anni di questo sistema, dal Progetto altezze in poi».
La terza direttrice?
«Tocca tutto quello che c'è oltre il professionismo, l'alto livello, l'agonismo. Riguarda l'economia sociale del rugby. I vivai; i rapporti con i genitori (fondamentali) e con le autonomie locali; le ricadute sulla sanità e la società (prevenzione all'obesità, al bullismo, alla ludopatia, alla microcriminalità, ecc.). Va creata un'area-sistema di cui il club del territorio è il vertice. In questo senso, per fare un esempio, secondo me Antonio Pavanello sta lavorando molto bene a Treviso».
Sarà decisivo gestire la pioggia di milioni di euro in arrivo con la vendita del 22% delle quote di Sei Nazioni e Pro 14 al fondo d'investimento Cvc.
«Quei soldi intanto permetteranno di chiudere un bilancio della Fir poco trasparente, che non consente di programmare. Il consiglio federale ha approvato solo a dicembre il consuntivo 2018 e il preventivo 2019. Non c'è ancora un preventivo 2020 e siamo a febbraio. Il denaro che rimane, poi, andrà indirizzato a progetti precisi, non speso per pane e marmellata. Ad esempio sul rilancio del campionato e la rinascita del Sud. Infine va tenuto conto di due criticità».
Quali?
«Quei milioni sono una plusvalenza, si pagano le tasse. Il prezzo per averli è non essere più padroni a casa propria: alle sei Union si unirà un nuovo proprietario che potrà sempre chiedere conto».
  Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio, 20:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA