Cassa integrazione Covid-19 ai dipendenti: guerra nel tennis, rugby e nuoto

Sabato 25 Aprile 2020
Il presidente della Federazione rugby Alfredo Gavazzi e quello del Coni Giovanni Malagò
ROMA - Minacce di licenziamento e ricorso
alla cassa integrazione. E' guerra aperta tra alcune federazioni
sportive e i loro dipendenti sulle modalità di assorbimento dei
danni economici conseguenti al lockdown dello sport per
l'emergenza Coronavirus.

Al centro dei contenziosi, soprattutto le federazioni tennis
(Fit), nuoto (Fin) e rugby (Fir)
e la volontà di ricorrere alla
cassa integrazione anziché provvedere con altre tipologie di
ammortizzatori, come ferie o smart working. Il 21 aprile scorso
il presidente e ad di Sport e Salute, Vito Cozzoli, aveva
anticipato il pagamento della seconda tranche dei contributi
pubblici agli organismi sportivi «perché siamo consapevoli del
momento difficilissimo che vive l'attività sia di base sia di
vertice», aveva dichiarato Cozzoli. L'appello del nuovo
inquilino di Sport e Salute era anche rivolto a far sì che si
evitasse la Cig ma a quanto pare per alcune federazioni è
rimasto lettera morta.

La prima a ricorrere a tale provvedimento è stata la Fit di
Angelo Binaghi, seguita ieri dalla Fir, presieduta da Alfredo Gavazzi.
Rischiano anche i dipendenti della Federnuoto di Paolo Barelli, che in una lettera
firmata dal 98% del personale, si rivolgevano qualche giorno fa
al Consiglio federale augurandosi «concrete e sostenibili
valutazioni sulla necessaria continuità del rapporto di lavoro,
in ottica di un bilanciamento di interessi tra la libera
iniziativa e il rispetto dei lavoratori», anche come «implicito
riconoscimento dell'attività svolta fino a oggi».

In caso contrario, minacciano i dipendenti Fin «quando
torneremo a occupare le nostre scrivanie, sarà difficile poter
ancora sentirsi parte di quel meraviglioso progetto che abbiamo
portato avanti nel corso degli anni con sacrificio e dedizione.
Ci sentiremo come chi, in un momento di difficoltà, gli siano
state voltate le spalle». A rimarcare il fatto che «il costo del
personale si dimostra completamente a carico delle finanze
pubbliche», e quindi la «illegittimità al ricorso a strumenti di
integrazione salariale» anche una lettera inviata alla Fin, al
ministro per lo Sport Vincenzo Spadafora e a quello del Mef
Roberto Gualtieri a firma dei sindacati Fp Cgil, Cisl Fp, Uilpa
e Cisal Fialp.

A sottolineare ancor più il pericolo che i fondi pubblici non
siano destinati, come dovrebbe essere, agli stipendi del
personale, c'è anche una lettera inviata a Vito Cozzoli
dall'Associazione segretari generali delle federazioni sportive
(firmata da 39 segretari su 44 federazioni), in cui si rileva
che «indipendentemente dalle valutazioni di tipo
economico-aziendale che tali Federazioni avranno sicuramente e
legittimamente fatto, tale richiesta, a nostro avviso,
rappresenta un modo, quanto meno 'distortò, di interpretare la
finalizzazione dei contributi di Sport e Salute alle Fsn,
contributi che ricordiamo essere di natura pubblica». La
preoccupazione degli stessi segretari è che, tale modus
operandi, possa diventare consuetudine per tutte le federazioni,
anche le più piccole. (ANSA). Ultimo aggiornamento: 17:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA