Gigante, pensaci tu: la Roma si affida ad Abraham per dimenticare il derby

Sabato 2 Ottobre 2021 di Stefano Carina
Tammy Abraham (foto MANCINI)

Un gol allo Zorya per riprendere il feeling perduto al derby. Perché Abraham ci teneva a lasciare il segno nella sua prima stracittadina. Ma, come spesso capita, quando cerchi tanto una cosa è la volta buona che non solo non ci riesci, ma nemmeno ci vai vicino. Contro la Lazio Tammy ha vissuto il pomeriggio più difficile da quando è sbarcato in Italia. Per carità, si è dato da fare (16 passaggi riusciti, 2 passaggi chiave, 2 recuperi, 2 falli subiti) ma è mancato in quello che associ quando pensi al numero 9: il tiro in porta. In quei 90 minuti non è mai stato messo in condizione di concludere, nemmeno una volta. Un dato che non è passato inosservato alla luce anche di quanto visto - al netto della modestia degli ucraini - giovedì. Perché un attaccante che in 10 minuti colpisce un palo e segna un gol, dovrebbe ricevere più palloni possibili. E invece Abraham sinora ha calciato poco verso la porta avversaria. Anche a Verona, gli era riuscito soltanto in un’occasione. Il totale, al momento, recita 10 tiri in 6 partite giocate in campionato. Per intenderci e rimanendo in zona: Immobile, nello stesso periodo, è già a quota 24 (dati Opta). 


PROVE DA LEADER
Numeri che sorprendono per due motivi: 1) Mou ha sempre avuto in queste prime uscite un’impostazione offensiva. Anzi, a volte gli è stato imputato anche di essere andato oltre, alterando gli equilibri della squadra, pur di praticare un calcio aggressivo. 2) Non andate a spiegare a José come si mette un attaccante in condizioni di segnare. La risata - ripensando alle decine di gol che i vari Milito, Ibrahimovic, Eto’o, Drogba e Kane hanno siglato alle sue dipendenze - vi seppellirebbe. Eppure quei 10 tiri in 6 partite (media 1,6 a gara) restano lì impressi. Abraham è un attaccante generoso che gioca per la squadra, si allarga e crea spazi per i compagni. Va però messo in condizione di cercare di più la conclusione personale. Lo score, nonostante la giovane età, parla per lui: 94 reti (coppe comprese) in 217 gare disputate non sono arrivati per caso. È probabilmente insito nel processo di crescita naturale suo e della squadra ma per il salto di qualità della Roma, oltre al ritrovato Pellegrini e al ritorno di Zaniolo, serve un Tammy decisivo. Più responsabilizzato, maggiormente smanioso di cercare la conclusione, più al centro del gioco, paradossalmente più egoista. C’è riuscito a 22 anni nel Chelsea, da semi-sconosciuto.

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Difficile pensare che non possa ripetersi in giallorosso. E su quest’onda emotiva, l’inglese vuole lasciare il segno già con l’Empoli, davanti ai 30mila dell’Olimpico (aperto ai tifosi giallorossi anche il settore ospiti). In campionato c’è riuscito contro Salernitana e Udinese, contro la Fiorentina, pur non segnando, è stato il migliore. Altre volte, si è ritrovato a ricevere spinte e colpi proibiti, costretto a giocare spalle alla porta, non facendo mai una piega. Nato e cresciuto in Premier, Abraham è il classico giocatore che le dà e le prende, senza lamentarsi. Gli è capitato domenica scorsa, quando avrebbe gradito maggiore assistenza dai compagni, ma sono dinamiche diverse che rimangono confinate al campo. Nonostante sia arrivato da poco, ha già capito l’importanza che riveste il derby in città. Chi lo vive e lo vede a Trigoria, lo racconta come un ragazzo spontaneo e genuino. Caratteristiche che si riflettono nel suo modo di giocare e vivere il calcio. Uno che, quando lo stadio intero canta ‘Roma, Roma’ e viene abbassato il volume per far risaltare l’urlo della gente, alza il pugno in versione rapper, ritmando la strofa, a cercare la carica emotiva giusta. Quella che al derby, prima di lasciare il terreno, ha promesso per il ritorno girando più volte il dito verso chi lo insultava dagli spalti. Come a dire “Ci rivediamo il 20 marzo”. Data però lontana 6 mesi. Prima, bisogna ripartire. Domani è l’occasione giusta. 

Ultimo aggiornamento: 3 Ottobre, 10:33
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