Cori razzisti a Wembley, principe William e Federazione inglese indignati. I precedenti

Lunedì 12 Luglio 2021 di Leonardo Jattarelli
Cori razzisti a Wembley, principe William e Federazione inglese indignati. I precedenti

Non solo scontri fisici con i tifosi italiani  allo stadio al termine della finale degli Europei di calcio ieri sera a Londra. Stigmatizzati anche gli insulti razzisti nei confrotni di alcuni giocatori inglesi. Il principe William infatti ha rivelato di essere "stufo" per gli abusi razzisti diretti ai giocatori dell’Inghilterra dopo la finale degli Europei.
Tutto ciò dopo che i giocatori Bukayo Saka, Marcus Rashford e Jadon Sancho sono stati inondati di abusi razzisti sui social media dopo non essere riusciti a segnare i loro rigori.

 

Cori razzisti a Wembley, la condanna

 

La Federazione inglese ha condannato i commenti al vetriolo nei confronti dei giocatori dell’Inghilterra, descrivendoli come “comportamenti disgustosi”. e il principe Wlliam ha parlato di "orribili abusi": «E’ assolutamente inaccettabile che i giocatori debbano sopportare questo comportamento ripugnante. Deve finire ora e tutti coloro che sono coinvolti dovrebbero essere ritenuti responsabili». Anche l’ account Twitter ufficiale delle squadre nazionali maschili e femminili dell’Inghilterra ha offerto supporto ai giocatori vittime.

Hanno twittato: «Siamo disgustati dal fatto che alcuni membri della nostra squadra - che hanno dato tutto per la maglia quest’estate - siano stati oggetto di abusi discriminatori online dopo la partita di stasera. Siamo con i nostri giocatori».
 

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La Federcalcio inglese ha rilasciato questa mattina una dichiarazione in cui condanna gli abusi razzisti: «La FA condanna fermamente tutte le forme di discriminazione ed è sconvolta dal razzismo online che è stato rivolto ad alcuni dei nostri giocatori inglesi sui social media. Non potremmo essere più chiari sul fatto che chiunque tiene un comportamento così disgustoso non è il benvenuto nel seguire la squadra. Faremo tutto il possibile per supportare i giocatori colpiti e sollecitando le punizioni più dure possibili per chiunque sia responsabile».
Anche il primo ministro Boris Johnson ha condannato l’abuso su Twitter, ma da allora è stato accusato di “dare licenza” ai razzisti proprio grazie ai suoi messaggi.

Anche la polizia londinese ha definito “totalmente inaccettabili” i commenti razzisti seguiti all’ultima sera. Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha invitato le società di social media a fare di più per ritenere responsabili chi ha inviato abusi razzisti online. Ha scritto su Twitter: «Non c’è assolutamente posto per il razzismo nel calcio o altrove. I responsabili dei disgustosi abusi online che abbiamo visto devono essere ritenuti colpevoli e le società di social media devono agire immediatamente per rimuovere e prevenire questo odio».

 

 

I precedenti

 

Purtroppo i precedenti di razzismo nel calcio sono tanti. Tutti ricordano le lacrime versate daun ex campione come il bulgaro Hristo Stoichkov, famoso non solo per le giocate in campo, ma anche per il carattere poco mite. Accadde il 15 ottobre 2019, all’indomani dell’ignobile spettacolo andato in scena sulle tribune del Vasil Levski Stadium di Sofia: nel corso della partita Bulgaria-Inghilterra (finita, per la cronaca, con un rotondo 0-6), tra cori beceri e saluti nazisti, i tifosi locali hanno rivolto ululati e insulti razzisti contro i giocatori avversari di colore.
Hristo Stoichkov ha prima chiesto punizioni esemplari per i responsabili, per poi sciogliersi in un pianto doloroso: «Questa situazione mi causa lacrime e tristezza, la gente in Bulgaria non merita di soffrire così per colpa loro. La soluzione è quella di lasciare il campo o, più duramente, mandare via questi tifosi per cinque anni, senza che possano partecipare alle competizioni internazionali e di club».

Nel mondo del calcio il razzismo è ancora una piaga difficile da estirpare. E se un campione bulgaro del passato piange, l’Italia di certo non ride: nei nostri stadi questi episodi continuano a verificarsi con cadenza settimanale. Ma finalmente qualcosa si muove, proprio fra le società che – troppe volte negli anni passati – hanno preferito rimandare il problema piuttosto che affrontarlo con decisione. È il caso della Roma e del Pescara, che negli ultimi tempi hanno deciso di prendere una posizione forte contro alcuni propri tifosi. A fine settembre di due anni fa la società giallorossa segnalò alla polizia e a Instagram l’account di un sostenitore che aveva rivolto insulti razzisti al difensore brasiliano, in forza alla Roma, Juan Jesus sul social network. Era stato proprio il calciatore a segnalare l’accaduto al proprio club («Sapete già cosa fare con un tifoso così. Orgoglioso di essere quello che sono»), che ha bandito a vita il responsabile dalle partite della Roma.

 

 

Il 26 dicembre dello stesso anno in Inter-Napoli, il senegalese Kalidou Koulibaly fu bersagliato dai “buu” razzisti di parte dei tifosi di casa sin dai primi minuti di gioco; nonostante le proteste del diretto interessato e della panchina partenopea, l’arbitro non fermò la gara, anzi finì per espellere il difensore per un applauso ironico. Nei giorni successivi, la società milanese decise di lanciare la campagna contro il razzismo “Brothers Universally United” (“Fratelli Universalmente Uniti”), acronimo dei “buu” che troppo spesso si sentono all’interno dei nostri impianti. Meno nota è la storia dell’arbitro Paolo Gavillucci, che nel maggio del 2018 sospese per tre minuti – applicando alla lettera la normativa vigente – la partita Sampdoria-Napoli, a causa dei cori razzisti contro la città partenopea. È stata la penultima partita professionistica arbitrata dal fischietto di Latina, fermato a fine stagione dall’Associazione italiana arbitri per “motivate ragioni tecniche”. Dopo aver perso una lunga battaglia legale, oggi Gavillucci dirige le partite del settore giovanile scolastico in piccoli campi della periferia romana.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 15:04
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