Serie A-resto d’Europa, quando la differenza (non solo tecnica) diventa un abisso

Giovedì 8 Aprile 2021 di Benedetto Saccà
Serie A-resto d Europa, quando la differenza (non solo tecnica) diventa un abisso

ROMA Come tanti si saranno resi conto (magari a posteriori dopo tafferugli famigliari nondimeno brutali), il weekend in zona rossa caldeggia la visione del calcio in tivvù.

E, in particolare, il sabato di Pasqua si è rivelato un prototipo invero strepitosamente istruttivo, dal momento che in un pomeriggio e una sera si sono concentrate le partite in genere sapientemente spalmate su almeno due giorni. Bene. L’effetto è stato meravigliosamente formativo – per non dire pedagogico – perché l’occhio (anche pigro) ha potuto esibirsi nel più facile degli esercizi. Ovvero. Il paragone estetico. 

E la scoperta è stata approssimativamente sconvolgente. Senza preavviso, contro ogni pietà, a dispetto di qualsiasi afflato di ottimismo, una volta di più, si è avuta la conferma della pochezza – ed è pure un eufemismo – del calcio italiano rispetto ai campionati stranieri. Certo, sì, d’accordo, è chiaro: si sapeva da anni, sai che novità. È vero. Ma il confronto diretto tra un’intera giornata di Serie A e quattro partire di Premier League, sette di Bundesliga, tre di Liga e tre di Ligue 1, ecco, insomma, capirete, assai di rado era capitato. Confronto tragico, se non si fosse capito a sufficienza. Sembra un altro sport, viene da pensare. Confronto tragico, appunto.

E così. Giusto per una questione di decenza eviteremo di citare squadre catalogabili alla voce «Eserciti napoleonici» tipo Manchester City, Liverpool, Psg e Real Madrid. Non pare davvero il caso. Farsi del male, questo no. Ma il Chelsea – ecco: il Chelsea sì. Il Chelsea guidato (più o meno a sua insaputa) da Thomas Tuchel oggi è quinto in classifica, non vince da un mese e, assurdamente, ha in due ragazzi del ‘97 e del ‘99 (gli ottimi Abraham e Mount) i suoi migliori marcatori con sei gol ciascuno. Per capirci. Il Chelsea, in questo comunque assurdo momento, appare una squadra quantomeno lontanamente sfruttabile come metro di paragone europeo. 

In Italia la quinta in classifica è il Napoli. Ma potrebbe esserlo anche la Lazio o la Roma – adesso non è importante la classifica, piuttosto la statura media della squadra. Chiaro, no? Chiaro. Dunque. Sabato la partita Chelsea-West Bromwich (West Bromwich che – è bene chiarirlo – è penultimo in Premier Leagie. No, riscriviamolo nel caso si sospettasse un errore: è penultimo), ecco, la partita Chelsea-West Bromwich non solo è finita 5-2 per i Baggies (così si chiama il West Bromwich), ma soprattutto e prima di tutto è stata una partita superbamente, clamorosamente, rumorosamente spettacolare, intensa, fisica, tattica, coraggiosa, coinvolgente. Bellissima.

Qualcuno (da sobrio) ha il coraggio di paragonarla a Napoli-Crotone, Lazio-Spezia o, peggiomesento, a Sassuolo-Roma? Qualcuno (in condizioni di lucidità non alterata) ha l’ardire di paragonare Matheus Pereira del WestBrom a, chessò, Bruno Peres? E non è una questione tattica. O meglio. Non soltanto tattica. È una questione di cuore, di impegno, di serietà, di voglia, di umiltà, di desiderio di migliorare, di interesse a crescere, di rispetto per se stessi, per il club, per i tifosi (che ci sono sempre, anche se non si vedono). E di talento, ça va sans dire. Ma ridurre tutto al tecnico-tattico significherebbe non centrare il punto. È proprio, andremo a dire, una postura mentale, un’attitudine, un atteggiamento a marcare e aprire una frattura ormai francamente imbarazzante. E vale per il Milan, per la Juve (a proposito: è mai questa la Juve?), perfino per l’Inter. 

Strana impressione. Da noi sembra che il Benevento fermi la Juve perché approfitti dei demeriti juventini. Lì pare che il West Bromwich rada al suolo il Chelsea per meriti propri. Di nuovo: è uno stile mentale. In linea generale si direbbe quasi che i giocatori in Italia siano interessati al calcio meno che in passato; che abbiano altro per la testa – che siano distratti. Tant’è vero che le nostre squadre sono state tutte cortesemente accompagnate alla porta dell’Europa, ad eccezione della Roma. 

E quindi. Quindi il nostro calcio si è impoverito (ma non solo nei bilanci) e, adesso, ogni settimana assistiamo a spettacoli imbarazzanti. Venite gente: ce ne è per tutti i gusti: da ritmi da ninna nanna a pazzesche paperacce, per tacere signorilmente di inquietanti gol mangiati, difese perse tra le nuvole, allenatori colti da improvvise amnesie, centrocampisti che ritengono superfluo sforzarsi nel costruire la manovra. Siamo diventati ciò che criticavamo negli altri. E cioè. Prevedibili, noiosi, scontati. E l’amore dei tifosi sfuma, svanisce e si perde. E si perde, tutti.

Ultimo aggiornamento: 08:32
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