Canestri e ciclismo, le due anime di Renzo Bariviera: «Il basket è stato la mia vita, ma ho iniziato sui pedali»

Mercoledì 8 Gennaio 2020 di Tina Ruggeri
IL PERSONAGGIO
«Il basket è stato la mia vita. Ho iniziato a giocare a pallacanestro a 16 anni e ho smesso nel 1987 a Desio. Fate i conti voi di quanti anni ho trascorso sul parquet».
Renzo Bariviera, classe 1949 trevigiano di Cimadolmo, è stato una leggenda del basket italiano tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta.
A novembre ha partecipato al grande evento nel corso del quale l'Olimpia Milano ha radunato tutti i suoi ex giocatori e ritirato la maglia numero 11 di Dino Meneghin. Lo stesso Dino in conferenza stampa lo ha definito uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi: «Un'emozione immensa ritrovarmi con i vecchi amici e compagni di squadra. Con Dino ci incontriamo spesso. Ma vorrei ricordare anche Renato Villalta da Maserada, altro grande campione di quegli anni».
Come nasce giocatore di basket Renzo Bariviera?
«Io nasco come corridore di ciclismo. Categoria Esordienti. Mi ha fatto salire in sella mio fratello Vendramino Bariviera, detto Mino o il Giaguaro. Dodici anni più vecchio di me. Era il mio idolo. Professionista dal 1961 al 1967, vinse sei tappe al Giro d'Italia, la Milano-Vignola e la Coppa Placci. Poi è stato direttore sportivo alla Zalf Euromobil Fior. Anche lui per quegli anni era troppo alto per fare il corridore. Mi mise in bici e corsi per due anni da Esordiente, ottenendo pure buoni piazzamenti e sfiorando anche qualche vittoria. Ma come Mino, anch'io per il ciclismo ero troppo alto: 2 metri e 2 centimetri. Non esistevano un tempo biciclette per corridori così alti. E allora mi dirottarono a fare atletica a Conegliano. Nel frattempo seguivo mio fratello Mino alle corse, gli facevo un po' da meccanico e se serviva anche da massaggiatore. Fece anche le Olimpiadi di Roma nel 1960. Che emozione vederlo correre».
Insomma, dal ciclismo all'atletica?
«Mi ritrovai in palestra, catapultato nella regina degli sport. Ma i miei 2.02 metri non facevano per l'atletica e l'allenatore dell'epoca, parliamo dei primi anni Sessanta mi fece fare un provino con il Conegliano Basket. Vennero a vedermi degli osservatori del Petrarca Padova. Facevo schiacciate impressionanti. Mi ritrovai a casa i dirigenti del Padova e venni messo subito sotto contratto. Da lì è iniziata la mia carriera nella pallacanestro».
L'incontro con Dino Meneghin?
«La prima volta che ci siamo visti era il 1968, ai campionati nazionali juniores a Montecatini. Io giocavo con il Petrarca. Lui si allenava con l'Ignis. Andammo subito a vedere gli allenamenti. Era una bestia immensa. A petto nudo con i pantaloncini di raso corti sembrava un dio greco. Abbiamo stretto amicizia e poi ci siamo ritrovati a giocare insieme».
E decollò la carriera di Bariviera.
«Il mio provino a Padova con Nikolic fu nel 1965, poi non mi fermai più. In serie A ero praticamente lo schiacciatore più forte. All'epoca quasi nessuno era in grado di farlo. Dal Padova dopo 3 anni venni chiamato all'Olimpia Milano, il tempio del basket. Sei anni fantastici e di altissimo livello. Le mitiche scarpette rosse. Passai un anno a Forlì e poi venni spostato a Bologna, nella terza squadra bolognese, la Gira, che esiste ancora adesso e venne fondata -anche qui il collegamento con il ciclismo- in memoria di Girardengo. Successivamente il trasferimento a Cantù con cui vinsi due Coppe Europa, l'attuale Eurolega, e un titolo nazionale. Tra il 1983 e il 1986 tornai all'Olimpia Milano, il cuore batteva sempre per loro, per i meneghini».
E poi una chiamata inattesa.
«Un giorno mi chiamò Luciano Benetton. Non Gilberto, non ricordo perché. Ci trovammo per un incontro molto interessante e costruttivo, ma forse non collimavano alcune cose e il cuore andava ancora verso la Lombardia. Ho chiuso i miei 40 anni di carriera a Desio, nel 1987. Insomma, non male. Tornando a Meneghin, con lui ho giocato dal 1970 al 1980 in Nazionale ben 208 partite. Anni fantastici anche quelli».
Nel 2012 lei è stato inserito nella Italian Basketball Hall of fame. Tra i più grandi insomma. Il suo rapporto con il basket come è rimasto?
«Seguo con interesse le vicende della De' Longhi Tvb. Spesso vado a vedere le partite in incognito sugli spalti. Qualche volta Vazzoler mi regala un biglietto. É tutto un altro basket. Molto più atletico, veloce, tecnico, di scontro fisico. I giocatori hanno una muscolatura da far paura. Ho visto quelli dell'Olimpia. Delle vere sculture. Io giocavo come ala, Dino come pivot. Oggi faremmo fatica. Ma è lui, anche assieme a me, che ha fatto fare il salto di qualità al basket moderno. Abbiamo valorizzato il gioco sui test di velocità. Lui era addirittura più veloce delle guardie. Innovatori dal punto di vista atletico in un periodo in cui il gioco era molto più lento. E ringrazio anche Giancarlo Primo, il coach per le spinte di innovazione e che ha dato alla pallacanestro».
Cosa fa oggi Bariviera?
«Il pensionato. Con Mino avevamo un negozio di abbigliamento sportivo a Conegliano, ma lo abbiamo venduto un po' di anni fa. A Ponte della Priula avevamo fondato il Mireba (acronimo di Mino e Renzo Bariviera), piscina e campi da tennis. Io seguivo anche un po' il tennis. Mi sono ritirato dalle attività. Ma sono felice per tutto quello che la pallacanestro mi ha dato».
  Ultimo aggiornamento: 19:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA