Ricci: «Il mio amico Pirata, ecco perché è giusto riaprire l'inchiesta sulla morte»

Mercoledì 24 Novembre 2021 di Luca Saugo
Maurizio Ricci

Maurizio Ricci, autore del libro "Marco Pantani" ed ex addetto stampa della fondazione Marco Pantani, negli anni si è battuto a più riprese perché venga fatta luce sulla morte del Pirata. Ricci, quasi trevigiano d'adozione per aver vissuto per anni a Vittorio Veneto quando era team manager della squadra femminile sponsorizzata del Cavalier Teofilo Sanson, ha sempre sostenuto che ci fossero troppe incongruenze nelle precedenti indagini riguardati quel maledetto 14 febbraio 2004.

Cosa pensa della nuova inchiesta?
«Credo che sia una cosa positiva, perché quelle precedenti erano state archiviate troppo in fretta. La mia impressione è che, fino ad oggi, nessuno abbia realmente provato ad andare fino in fondo».

Cosa non la convinceva delle precedenti inchieste?
«Il fatto che siano stati tralasciati moltissimi elementi. Nessuno ha mai visionato le telecamere del residence Le Rose e all'epoca non gli presero nemmeno le impronte. Poi oggi, dopo l'inchiesta fatta da Le Iene, abbiamo diversi nuovi potenziali testimoni che non sono mai stati chiamati a deporre ad alcun processo ».
Ci sono elementi, a suo avviso, che fanno pensare che non sia stata una morte per overdose?
«Innanzitutto mi riesce difficile pensare che Marco potesse mettere a soqquadro, da solo, quella stanza. Pantani pesava circa 55 kg, dubito che avesse la forza di devastare una camera d'albergo. Vogliamo realmente credere, ad esempio, che abbia spaccato un lavandino a mani nude? Dopodiché, quando è stato ritrovato il suo corpo, Marco aveva delle ecchimosi in faccia. Come se le è procurate?».

In quella stanza era entrato qualcuno, dunque?
«Assolutamente sì. Peraltro all'interno di quella stanza c'erano anche cose non sue, come sono entrate? Lui, poi, la sera prima della sua morte continuava a chiamare i carabinieri perché c'era qualcuno che lo tormentava. Solo il delirio di un cocainomane? Credo che sempre più gente stia vedendo questo caso sotto una luce diversa. Anche l'autopsia lascia diversi dubbi: Marco era pieno di lividi, in particolar modo in faccia. La quantità di cocaina trovata nel suo corpo, invece, era troppo poca per poter portare alla morte per overdose. Anche il dottor Giuseppe Fortuni, il patologo che fece la perizia sul corpo di Marco, rimase perplesso».

Ma chi poteva avercela con Pantani?
«Sicuramente il mondo della malavita. Considerando l'eco mediatico che aveva Marco al tempo, uno sportivo tra i più popolari in Italia, se fosse venuto a galla qualcosa prima della sua morte, per tanti sarebbero stati guai seri. Non credete, però, che nel mondo del ciclismo fosse particolarmente benvoluto».

A cosa si riferisce?
«Nel 2004 il ciclismo non era ancora stato travolto dai vari scandali che negli anni successivi hanno fatto luce su una delle epoche più buie di questo sport. L'Operation Puerto (che inchiodò atleti come Jan Ullrich e Ivan Basso ndr) risale al 2006, mentre il caso Armstrong scoppiò nel 2012. Uno come Pantani, che poteva tranquillamente scoperchiare il vaso di pandora, di certo non godeva di molte simpatie in un mondo omertoso come quello del ciclismo dei primi anni duemila. Dopo Madonna di Campiglio, poi, è stato lasciato quasi completamente da solo e tra lui e il suo sport si era rotto qualcosa».

Madonna di Campiglio, un altro caso torbido.
«Qua è veramente difficile credere che non ci sia qualcosa sotto. Tra il modo inusuale in cui è stato fatto il controllo, le dichiarazioni di Vallanzasca e le intercettazioni che sono uscite di certi malavitosi. E poi c'è la vicenda di Wim Jeremiasse, l'ispettore dell'antidoping responsabile di quel controllo. Pochi mesi dopo il caso Pantani, morì sprofondando tra le acque gelide del Weissensee mentre era alla guida di un'auto. Ognuno è libero di pensare di Marco quello che vuole, ma casi come Rimini e Madonna di Campiglio, pieni zeppi di incongruenze, non possono essere trattati con così tanta superficialità. Purtroppo, però, nel mondo del ciclismo funziona così, si pensi pure al caso Armstrong».

Cioè?
«L'Usada ha dimostrato che dietro ad Armstrong c'era un intricato sistema di doping che funzionava anche e soprattutto grazie al beneplacito dell'Unione ciclistica internazionale. Eppure chi è che ha pagato per una frode di tale portata? Il solo Armstrong . Nel calcio i Blatter, i Platini, i Moggi sono stati processati e condannati per le loro malefatte. Nel ciclismo, invece, pagano solo gli atleti, l'ultima ruota del carro».

Che ricordo ha dei suoi ultimi anni di vita?
«L'ho visto l'ultima volta quando era in ritiro in Spagna, credo nel 2002. Ho conosciuto Marco nel 1989, era un ragazzo incredibile. Non era solo un grandissimo sportivo, ma anche un uomo colto e pieno di curiosità. Dopo Campiglio non fu più lui. Quando ci incontrammo a Cesena, era incredibilmente cupo e posso capirlo, all'epoca era indagato da sette procure. Mi parlava in dialetto romagnolo. Mi colpì: non lo aveva mai fatto prima».
 

Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 10:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA