Gianni Iapichino: «Io, gli occhi di Larissa e quel sogno che chiuderebbe un cerchio»

Venerdì 21 Gennaio 2022 di Gianluca Cordella
Larissa Iapichino con il papà coach Gianni

Larissa Iapichino torna in pedana. Il fenomeno azzurro del salto in lungo, quasi sette mesi dopo l’infortunio che le ha fatto perdere le Olimpiadi, oggi sarà in gara ad Ancona. Al suo fianco il papà coach Gianni. 
Domanda d’obbligo: come sta Larissa?
«Sta bene. Quanto, lo vedremo. Dal punto di vista tecnico ci siamo, è cresciuta sia di forza specifica che di forza esplosiva. Sono curioso io per primo». 
Non una pedana banale: ad Ancona saltò i famosi 6,91...
«Ogni tanto me lo riguardo quel salto, anche per prendere qualche spunto. Di quel giorno, al di là della misura, mi ha colpito la forza di volontà di Larissa in gara. Dopo aver fatto per due volte 6,75 era un po’ delusa perché cercava la misura per le Olimpiadi. Al quinto salto le si vedeva negli occhi che stava andando a cercare quel salto. Una grande qualità». 

Larissa Iapichino, 19 anni, è primatista del mondo Under 20 nel salto in lungo


Poi i Giochi sono sfumati: è stato più difficile aiutarla a superare l’infortunio o la delusione?
«Sono sincero: dal punto di vista della testa non ho dovuto lavorare molto. Larissa è molto matura e si è concentrata da subito sul recupero fisico». 
È coach di Larissa da meno di un anno: dov’è che ha introdotto la maggior discontinuità negli allenamenti?
«Faceva cinque allenamenti a settimana di medio-bassa intensità. Io ho puntato sui sei, di una certa qualità, e li ha sopportati bene. L’obiettivo è arrivare a farne otto. Non in tutti i periodi ovviamente, ma nelle fasi calde della preparazione».
Altra novità sono stati gli allenamenti in Sicilia...
«Il suo fidanzato (Vittorio Bartoli, ndr) gioca a basket a Capo d’Orlando. Allenarsi a Barcellona Pozzo di Gotto è stata una scelta fatta anche per permetterle, almeno nelle settimane di scarico, di stargli vicino. La stabilità emotiva è importante, anche se confesso che se trovasse un’alternativa un po’ più vicina a casa... (ride)».
Che misura ha nelle gambe Larissa?
«Difficile dirlo. Io non ho mai fatto numeri, nemmeno quando allenavo la madre, e in più Larissa li odia. L’obiettivo è che diventi solida su misure di base e non che faccia una punta magari in una gara con poco significato. Se hai una base solida, da lì scaturiscono le punte in automatico».
Tokyo ha portato alla ribalta i papà coach. Qual è l’insidia maggiore?
«Scindere i ruoli. Quando c’è troppa vicinanza tra coach e atleta c’è il rischio che possa mancare un po’ di rispetto. Vittori (storico coach dell’atletica, ndr) pretendeva il “lei”. Ma Larissa da questo punto di vista è molto brava».
E il vantaggio qual è?
«Vivi la vita di tutti i giorni finalizzata a ciò che fa lei e questo semplifica tutto. Abbiamo gli stessi orari e le stesse necessità».

 


A cena quindi si parla di sport?
«No, Larissa odia parlare di atletica. Le piace parlare di basket, di Vittorio, dell’università».
Più difficile allenare la moglie o la figlia?
«Forse è più difficile la moglie. Nonostante io con Fiona sia stato un privilegiato perché lei era un mulo: testa bassa e pedalare». 
In cosa Larissa ricorda la mamma, come atleta?
«Nella determinazione. Come atlete sono differenti, soprattutto fisicamente. Fiona aveva gambe lunghe e una grande potenza, Larissa è più agile». 
Che obiettivi si è posto per la stagione?
«Mi piacerebbe che facesse il minimo per i Mondiali senza aspettare il World Ranking».
E se potesse esprimere un sogno per la sua carriera?
«Centrare l’unica cosa che la mamma ha mancato, solo per sfortuna. Non lo diciamo nemmeno qual è, anche se si capisce (l’oro olimpico, ndr). Sarebbe bello che il cerchio si chiudesse in qualche modo grazie a Larissa». 
 

Ultimo aggiornamento: 22 Gennaio, 18:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA