Addio a Dado Lombardi, fu nel quintetto di Roma '60, poi allenò anche a Verona e Trieste

Venerdì 22 Gennaio 2021 di Vanni Zagnoli
Addio a Dado Lombardi, fu nel quintetto di Roma '60, poi allenò anche a Verona e Trieste

Da tempo Dado Lombardi non stava bene, ogni tanto provavamo il suo numero di telefono. O spento o non raggiungibile, era un segnale inequivocabile. A 79 anni, Gianfranco, all’anagrafe, raggiunge in cielo la moglie Maria Pia, scomparsa nel 2013, e la sua dipartita l’aveva provato molto. 

Le condoglianze in particolare della Pallacanestro Reggiana vanno alla figlia Lisa, con queste parole: “Ciao Dado, la Pallacanestro Reggiana e la tua Reggio Emilia non ti dimenticheranno mai”.

Proprio ieri erano 10 anni dalla morte di Pino Brumatti, ricordato a Gorizia dalla figlia Elisa. Lombardi lo volle a Reggio quando aveva già 35 anni e se lo portò per 7 stagioni, Brumatti lasciò a 42 anni, nel ’90, e fra i “piccoli” è una sorta di record.

Il Dado costruì principalmente in biancorosso la sua seconda vita, nella prima era stato più grande, ma dell’epoca ci sono pochi filmati.

Livornese, si rivelò a 19 anni, all’olimpiade di Roma 1960, venendo scelto nel quintetto ideale, al fianco dei miti americani Jerry West, Oscar Robertson e John Lucas. L’Italia finì quarta, con Nello Paratore ct, e fu il primo grande risultato della nazionale, dietro Usa, Urss e Brasile. Gli azzurri persero nel girone con i carioca, dopo un tempo supplementare, e da ala Lombardi segnò 15 punti, secondo solo ad Alesini, con 18. I due furono i topscorer anche con l’Unione Sovietica, vincente di soli 8 punti, mentre Roma si innamorava della pallacanestro. Lo chiamarono i New York Knicks, in Nba, ma Lombardi rifiutò: "Non me la sentivo di lasciare la Virtus".

A Bologna era arrivato da Livorno, a 17 anni, diede spettacolo per 12 stagioni, fu capocannoniere nel 1963-64 e nel 66-67, ma allora i bianconeri raccolsero solo una coppa Italia. Dado disputò altre due olimpiadi, con un quinto e un ottavo posto, e due mondiali, chiusi in settima posizione, a due Europei, il primo nel ’59, a 18 anni. In nazionale figura al 19° posto dei marcatori di ogni tempo, dietro solo al pivot Massimo Masini, fra i giocatori precedenti agli anni ’70, all’epoca non c’era il tiro da 3 punti e le amichevoli erano poche. Si aggiudicò l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Napoli, nel ’63.

Nel ‘70 passò ai rivali della Virtus, alla Fortitudo Bologna, per 25 milioni di lire, e fu il primo a compiere il salto all’interno di basket city, emulato poi da Belinelli.

Chiuse la carriera a 32 anni, a Rieti, e in serie A segnò 5470 punti in 316 gare, all’epoca i punteggi erano bassi. Nella prima stagione sabina fu allenatore e giocatore, portò la Sebastiani alla prima serie A, vincendo lo spareggio promozione, e poi al 10° posto e a una storica semifinale di Koraç, in un basket che ne aveva solo 3 ma di livello superiore a oggi. Poi 6 anni a Trieste, intervallati da una parentesi a Forlì, nell’82-83 a Treviso. L’ulteriore svolta della sua carriera fu a Reggio Emilia, portata in A1 per la prima volta, con un giovanissimo Piero Montecchi, che poi avrebbe vinto una coppa Intercontinentale, con Milano, con Brumatti, appunto, il capitano Orazio Rustichelli, falegname, con Rudy Hackett, il padre di Daniel, e con  Roosevelt Bouie, 2 e 11.

Due stagioni in serie A1, con Bob Morse, il mito vincitore di tre coppe dei Campioni, a Varese. All’epoca c’era gente in fila di notte davanti al palaBigi, per abbonarsi. Il Dado retrocedette a Rimini, tornò grande a Verona, promossa in A2. Due le promozioni di fila a Siena, ma anche una retrocessione. Torna a Livorno, lancia Pozzecco, ma il secondo anno venne esonerato. L’ultima promozione fu a Cantù, ai playoff contro la Reggio del cuore, poi portò i brianzoli alla finale di coppa Italia. Tornò a Reggio Emilia, neopromossa con Giordano Consolini, il mago delle giovanili, si salvò con un tiro da lontanissimo di Donato Avenia, ex Roma, fuori casa, all’ultima giornata, ma quella squadra incredibilmente eliminò Milano e Treviso ai playoff, con il 42enne Mike Mitchell e con Gianluca Basile. Si fermò in semifinale contro la Fortitudo, dove poi si sarebbe trasferito, un anno dopo, Basile.

Dopo un’altra qualificazione in Europa, nella terza stagione a Reggio il Dado fece anche da gm e non andò bene. Passò alla Varese scudettata, a sostituire l’esonerato Federico Danna, portò alla salvezza, con 11 vittorie in 23 gare. Negativa la parentesi di Napoli e fu complicata anche la stagione da gm alla Virtus Bologna, che con il patron Madrigali venne esclusa dai campionati.

Il Dadone, detto così anche per la mole, si era stabilito Varesotto, a Cocquio-Trevisago. Scaramantico, soprattutto a Reggio andava in panchina con un giaccone verde. Personaggio sanguigno, da giocatore cercava il canestro da ogni posizione, in un basket che all’epoca era tanto individuale, uno contro uno, da allenatore invece basò tanti successi sulle difese, con mosse a sorpresa. Fra gli allievi prediletti c’è Massimiliano Menetti, il tecnico del ritorno in serie A1 di Treviso citava spesso Lombardi, di cui era stato vice, da giovanissimo. “Male che vada andrai a fare il cuoco”, gli ripeteva. Menetti è diplomato chef e a Reggio arrivò a due finali scudetto di fila. 

Lombardi sognava di tornare in nazionale da allenatore, la commentò per la Rai, accanto a Franco Lauro, agli Europei del ’99, vinti da Tanjevic, a Parigi.

Era nella Hall of fame italiana dalla fondazione, nel 2006, assieme agli ex Milano e Varese Dino Meneghin e Paolo Vittori, e agli ex Olimpia Milano Sandro Riminucci e Cesare Rubini, scomparso 10 anni fa. 

Per onorare la memoria di Dado Lombardi, il presidente federale Gianni Petrucci ha disposto un minuto di silenzio su tutti i campi di ogni campionato nel fine settimana. Con le sue sparate dialettiche, ha avvicinato il basket alla gente, conducendo la provincia alla guerra santa contro le metropoli o le società più ricche. Il personaggio andava oltre lo sport, era ruspante e geniale, nell'incendiare le piazze. 

 

Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 11:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA