Daniela Barcellona, una carriera en travesti: «Cantare da uomo mi fa sentire una donna libera»

Fino è al 17 al Teatro dell'Opera in “Luisa Miller”

Sabato 12 Febbraio 2022 di simona antonucci
Il mezzosoprano Daniela Barcellona

Si prepara ai debutti tirando di scherma («adoro la sciabola perché è così pesante che mi tiene in forma e mi fa dimagrire»); gira in camerino con i pesi alle caviglie perché «sembra che gli uomini restino sempre con i piedi per terra, io invece tendo a svolazzare», e prima di entrare in scena «mi “faccio” la barba». Si chiama Daniela Barcellona, è triestina, 52 anni, ed è l’uomo più famoso della lirica.

ROMEO

È stata Tancredi e Arsace, Romeo e Malcom... «Ho cantato quasi tutti i protagonisti “en travesti” dell’opera. Quelli di Rossini in particolare. Lui preferiva affidare a un contralto, la più grave delle voci femminili, i ruoli maschili nobili. Pensava che la voce di una donna fosse più adatta ed espressiva per interpretare le sfumature dell’animo di un eroe», spiega il mezzosoprano che al Teatro dell’Opera è Federica («non vedevo l’ora di avere le ciglia finte»), in Luisa Miller di Verdi, regia di Damiano Michieletto, con il maestro Michele Mariotti appena nominato nuovo direttore musicale del Costanzi.

Debutto nei panni di Arsace con il maestro Gelmetti nel 98, trionfo al Rossini Opera Festival cantando Tancredi, vent’anni vissuti nei panni di uomini epici, con incursioni, sempre più frequenti e di prestigio nel repertorio femminile e in quello del Novecento. Barcellona, fino al 17 febbraio sarà una donna ferita dall’amore con Michele Pertusi (conte di Walter), Antonio Poli (Rodolfo), e Roberta Mantegna (Luisa) che erano stati i protagonisti della Luisa Miller in forma di concerto nel maggio scorso. «La contessa», spiega Barcellona «è un personaggio intenso, ferito, aggressivo, direi quasi un po’ maschile», scherza, mentre racconta la sua carriera trasversale e inclusiva: dal giovane eroe con baffi e spada all’eroina romantica, sui palchi del mondo, dalla Scala al Covent Garden.

Finalmente donna? O no?

«Le eroine dell’opera spesso sono molto maschili. Parlo dei ruoli per mezzosoprano. Aggressive, arrabbiate, ferite. Quasi da rimpiangere la dolcezza dei miei uomini».

Un viaggio nell’altro sesso lungo vent’anni: in quale modo l’ha arricchita?

«Ho potuto sviscerare umanità e dolcezza, i sentimenti più nobili. I ruoli en travesti sono spesso eroici, come nei Capuleti, o nelle opere barocche. Tutti personaggi che si distinguono in battaglia, che offrono la propria vita per la donna amata. Ho avuto il privilegio di calarmi nella parte migliore dell’animo maschile, quella che non a caso veniva interpretata da donne».

Un bagaglio utile per affrontare anche le eroine romantiche?

«Mentre per essere credibile come uomo ho dovuto studiare, lezioni di scherma, portamento, lunghe camminate con le cavigliere, nel repertorio femminile ho potuto tirare fuori la mia personalità. Il mezzo soprano ha caratteristiche forti. Ho dovuto cercare l’aggressività che non sapevo di avere, la gelosia e sentimenti anche negativi. Abbiamo tutto dentro, basta saper scavare. Ed è proprio questa la fortuna della mia carriera: affrontare ogni tipo di diversità».

L’arte cammina più veloce della società? L’artista en travesti Drusilla Foer a Sanremo qualche perplessità l’ha sollevata. Perché?

«Solo questione di chiusura mentale, un retaggio di cui lentamente ci libereremo. Fino a quando ognuno sarà veramente libero di esprimersi come vuole».

I ruoli en travesti non sono sempre stati esempio di libertà.

«Nascono come eredità dei ruoli affidati ai castrati. Con uomini nei panni di donne, cui è stato a lungo precluso il teatro, e poi donne in panni maschili perché ritenute più adatte. Rossini e Donizetti preferivano donne en travesti, volevano femminilità per esprimere l’amore di un uomo. Nella lirica la fluidità non è mai stata un tabù».

In futuro, sul palco, si augura di essere uomo o donna?

«Sogno Azucena, nel Trovatore. Ora mi sento pronta. Ma anche ruoli en travesti da debuttare. Le incursioni nell’altro sesso ti aiutano a capire tante cose. E a liberarti dell’esteriorità. Voglio cercare la verità e trasmetterla con l’arte».

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