Stefano D’Orazio, gli ultimi versi con il cuore nella Capitale

Domenica 8 Novembre 2020 di Mattia Marzi
Stefano D Orazio, gli ultimi versi con il cuore nella Capitale

L’espansività, la generosità, la convivialità. Il saper prendere con leggerezza anche le cose più serie. Come la malattia con la quale combatteva da tempo, una disfunzione del sistema immunitario che per il coronavirus ha rappresentato una via d’accesso facilissima. Stefano D’Orazio, lo storico batterista dei Pooh, unica anima romana di una band composta da lombardi (Facchinetti), emiliani (Negrini e Battaglia), toscani (Fogli) e veneti (Canzian), le caratteristiche del romano doc le aveva tutte. Ed è con quelle che all’indomani della scomparsa, avvenuta venerdì sera al Columbus del Gemelli, dove il 72enne musicista era ricoverato da una settimana, lo ricordano gli amici e i membri della grande famiglia allargata dei Pooh: da Dodi Battaglia a Francesco Facchinetti, passando per Giancarlo Lucariello (il produttore che lanciò il gruppo) e l’ex compagna Emanuela Folliero («Amici per sempre. È una promessa, ma ci mancherai tantissimo», scrive sui social condividendo una foto con amici e parenti).

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Raccontano che per esorcizzare la malattia che stava provando a curare da tre anni - con successo - aveva pure composto dei sonetti in romanesco ai quali era impossibile resistere: «Stefano era così: sempre pronto a far ridere gli amici», dice Saverio Marconi, il regista dei musical scritti dal batterista dopo la sua uscita dalla band, nel 2009. Nato a Monteverde il 12 settembre del 1948, secondo di due figli (Paola, la sorella, era nata tre anni prima), sin da bambino D’Orazio mostrò una passione per le bacchette, tanto da spingere i genitori - il padre lavorava come caposezione al distretto militare di Roma, la madre in un istituto che si occupava di orfani - a regalargli una batteria di cartone. Folgorato dai Beatles, ai tempi del liceo - il classico Luciano Manara, sempre a Monteverde - fondò alla metà degli Anni ‘60 i Kings, poi diventati The Sunshines. Le prime esibizioni nello scantinato della chiesa anglicana di via Nazionale e d’estate negli stabilimenti tra Torvaianica e Ostia, poi l’esperienza con Carmelo Bene al Beat 72 di via Belli, dietro Piazza Cavour, e quella come turnista alla Rca di via Tiburtina.

Con un’altra band, Il Punto, si esibì nel ‘71 - l’anno dell’ingresso nei Pooh, alla ricerca di un batterista che prendesse il posto di Valerio Negrini dopo la scelta di quest’ultimo di dedicarsi solo alla scrittura delle canzoni - sul palco del festival pop di Caracalla, una sorta di Woodstock in salsa romana. «Suonavamo negli stessi scantinati, all’epoca. Ricordo ancora la sua grinta, dietro quella batteria con la cassa doppia», si commuove Battaglia. «Per prima cosa gli feci tagliare quei capelli lunghissimi e disordinati. “Ecco, ora puoi entrare nei Pooh”, gli dissi», racconta Giancarlo Lucariello, l’uomo dietro il successo di dischi come Alessandra del ‘72 (il primo con D’Orazio alle percussioni) e Parsifal del ‘73. I critici giudicavano le sue doti non eccelse: «Neppure Ringo Starr era un virtuoso. Ma faceva le cose giuste al momento giusto. Come Stefano. Suo il merito di aver tenuto unito il gruppo nei momenti di crisi: se siamo arrivati a tagliare il traguardo dei cinquant’anni di carriera è grazie a lui», risponde Battaglia.

Facchinetti junior ricorda l’infanzia passata all’ombra della sua batteria: «Gli altri erano gelosi degli strumenti: zio Stefano no e il pomeriggio, dopo le prove, mi lasciava le bacchette - dice - I concerti dei Pooh li ho visti tutti dalle sue spalle». Dopo l’uscita dai Pooh, nel 2009, oltre a dedicarsi alla scrittura di musical come Aladin e Pinocchio non mancò di mettere la sua esperienza a disposizione dei giovani talenti.

Nel 2010 agli studenti di un corso di musica di una scuola in zona Infernetto, dove si era trasferito, spiegò: «Oggi è più difficile di una volta, quando da ogni cantina usciva musica. Le istituzioni sono insensibili ai nostri appelli». Aveva una casa a Bergamo e un dammuso a Pantelleria affacciato sul mare, buen retiro dove cercava l’ispirazione. Con il cuore sempre a Roma. Negli ultimi anni insieme alla moglie Tiziana Giardoni (ventidue anni più giovane di lui), sposata nel 2017 dopo dieci anni di convivenza, aveva scelto di vivere a Piazzale Clodio: «Ho perso una parte di me stessa. Stefano era la mia forza, il mio sorriso, mi mancherà tutto di lui». I funerali dovrebbero svolgersi domani a Roma. Improbabile, date le misure restrittive legate all’emergenza, la presenza degli altri ex Pooh. Il 20 novembre uscirà un cofanetto del gruppo con oltre 70 successi e materiale mai pubblicato: sarà dedicato alla sua memoria.
 

Ultimo aggiornamento: 15:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA