Bertolucci: «Il mio Tango continua e ora vorrei dirigere Spacey»

Bernardo Bertolucci al Petruzzelli di Bari tra Felice Laudadio (a sinistra) e Giuseppe Tornatore

di Gloria Satta

«Mi vergogno per Ridley Scott che, obbedendo all’imposizione razzista di Hollywood, ha cancellato Kevin Spacey da Tutto l’oro del mondo. Per reazione mi viene voglia di girare un film con l’attore». Il Teatro Petruzzelli viene giù dagli applausi quando Bernardo Bertolucci, protagonista di un’affollatissima masterclass del BiFest, il festival orchestrato da Felice Laudadio, prende posizione sullo scandalo sessuale che, sulla scia del ”caso” Weinstein, ha provocato l’ostracismo nei confronti di Spacey mentre le iniziative anti-molestie continuano a scuotere il mondo intero.
«Ovviamente», precisa il regista di L’ultimo imperatore, «sono del tutto d’accordo con il movimento Mee Too che ha dato voce, risvegliando l’inconscio collettivo soffocato per anni, alle donne abusate. Affonda le radici nel Sessantotto, la stagione di svolta che ha influenzato anche il mio cinema, specialmente Ultimo Tango a Parigi».
AL ROGO. Bertolucci, rilassato e pronto ad abbandonarsi ad un dolce, irresistibile amarcord, è sbarcato al BiFest proprio per presentare in anteprima mondiale il restauro del suo capolavoro del 1972, eseguito dal Centro Sperimentale che lo distribuirà in sala (anche in versione originale sottotitolata) il 21 maggio. E il Fellini Platinum Award che gli è stato consegnato da Giuseppe Tornatore.
TORNATORE. Due registi da Oscar, la standing ovation del pubblico: «Bernardo», spiega Tornatore che a Bari ha festeggiato il trentennale di Nuovo Cinema Paradiso, «è un maestro del cinema: il più giovane, il più inquieto». Lo dimostrano le immagini di Ultimo tango rivitalizzate con la supervisione di Vittorio Storaro. Interpretato da Marlon Brando e Maria Schneider, è il film italiano più visto nel nostro Paese (ha avuto 15 milioni e 623.773 spettatori) e protagonista di un’incredibile vicenda giudiziaria che, tra sequestri e dissequestri, nel 1976 lo portò addirittura sul rogo. Venne riabilitato nel 1987, quando si capì finalmente che l’erotismo, censurato perché considerato osceno, raccontava una storia esistenziale altamente drammatica.
LA CONDANNA. «Oggi, per fortuna, l’Italia è molto diversa da quella che bruciò la mia opera, mi condannò a due mesi di prigione con la condizionale e per cinque anni mi tolse i diritti civili impedendomi di votare», riflette Bertolucci, e scherza: «Il film non ha perso una patina vintage, proprio come me. I restauri dovrebbero rimettere a nuovo anche i registi».
VECCHIA CARCASSA. Come scelse Brando? «Era ormai sparito e considerato una vecchia carcassa. Prima di arrivare a lui proposi il ruolo a Jean-Paul Belmondo che mi cacciò gridando ”non giro film porno” e ad Alain Delon che pretendeva di fare anche il produttore». Bernardo s’intenerisce rievocando i primi incontri («tremavo intimidito») con Marlon: «Andai a Los Angeles a trovarlo nella sua casa di Mullholland Drive, dove pascolavano i coyote, e per giorni parlammo di tutto tranne che del film. Si era auto-condannato alla solitudine».
IL BURRO. Il rapporto con Maria Schneider: «Sul set era felice. Non credete ai social quando dicono che venne violentata: la scena del burro fu pura simulazione. Maria diceva che la nostra non era una troupe di voyeur, a differenza di quella di Vadim con cui aveva girato Un corpo da possedere. Brando era protettivo con lei e l’attrice s’incollava sulla fronte le battute del copione per aiutarlo a superare i vuoti di memoria».
LUNA PARK. Il Sessantotto, spiega il maestro, «ha insegnato a tutti noi, innamorati della Nouvelle Vague, a passare dal cinema-confessione al dialogo con il pubblico». Racconta la «scommessa» di realizzare in Cina L’ultimo imperatore «dopo il flop di La tragedia di un uomo ridicolo». Il kolossal ispirato alla biografia di Pu Yi vinse nove Oscar. «Mentre le nove nomination si trasformavano via via in altrettante statuette, mi sentivo al luna park. E, in antitesi a New York-grande mela, definii Los Angeles ”the big nipple”, il grande capezzolo capace di nutrire la fame di cinema».
IL "LADRO". Pasolini? «Lo conobbi quando avevo dieci anni: era venuto a trovare mio padre e lo scambiai per un ladro, da grande gli feci da assistente sul set di Accattone». Ma l’insegnamento più grande glielo diede Jean Renoir. «Mi raccomandò di tenere la porta aperta sul set, qualcosa può sempre venire: è questa la bellezza del cinema». 
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Domenica 29 Aprile 2018, 11:43






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1 di 1 commenti presenti
2018-11-26 12:05:48
Prefersisco il Poeta Attilio Bertolucci, Suo Padre. Pero' i film "bisognava "andare a vederli, trascinati da amici ,per sentirsi intellettuali. Tempo al tempo, il suo Ultimo Tango lo daranno in ore non della fascia protetta.