Maratona di Roma, in gara pazienti ed ex malati oncologici: «Si affronta la terapia con l'idea di vincere»

Giovedì 16 Settembre 2021 di Maria Lombardi
Marcello Foti

Ha fatto: un centinaio di maratone grandi e piccole, 10 ore e 48 minuti di corsa, tre volte il giro del lago Trasimeno, i cento chilometri del Passatore. Ma questa gara è con la vita, non servono solo fiato e gambe, non bastano la testa e il cuore. Tra la partenza e il traguardo, c’è da sfidare la malattia e superarla, attraversare il dolore e portarlo in trionfo, mostrare che si può. «Pensare che un anno fa camminavo con le stampelle», e adesso Marcello Foti, 64 anni, ex direttore generale del Centro sperimentale di cinematografia, guiderà un gruppo di persone che stanno combattendo o hanno sconfitto un tumore - «ma non chiamiamoli malati oncologici» - alla maratona di Roma, il 19 settembre. «Saremo una cinquantina, faremo i 42 km e 195 metri camminando. Io sarò il pacemaker, scandirò il tempo. È la mia scommessa. In tanti mi dicono, ma lascia perdere, ma chi te lo fa fare? E io invece voglio lanciare un messaggio forte: si può affrontare la malattia con spirito agonistico, con l’idea di vincere e arrivare al traguardo. Lo sport è un’arma potente in questo combattimento».

LA SCOPERTA

Mieloma multiplo, la diagnosi due anni fa. «Una pugnalata al cuore, un’emozione mista a incredulità. Perché è capitato a me? Io che sono uno sportivo, un ultramaratoneta, che non ho mai avuto nemmeno un’influenza. È vero? Quelle analisi sono le mie?». Ecco spiegato il senso di spossatezza dopo la maratona di Chicago, una fiacca mai provata e che non passava, diversa dalla solita stanchezza dopo un grande sforzo. «Così ho fatto degli esami e ho scoperto di avere questa forma di leucemia. Non si muore subito, mi hanno spiegato i medici, ma nemmeno si guarisce. Ho subito il trapianto del midollo, ho fatto 5 mesi di chemioterapia più due mesi di radioterapia. In conseguenza delle cure ho sofferto di neuropatia periferica, non mi reggevo in piedi, di notte non dormivo per il dolore. Prendevo farmaci fortissimi che dopo un po’ ho deciso di sospendere a costo di sopportare dolori lancinanti. Volevo recuperare il controllo della mia persona, combattere la malattia nella malattia. Dopo 7, 8 mesi ho ricominciato a fare cyclette, a prendere tono muscolare, a camminare per 5, 10, 15 chilometri».

L’OBIETTIVO

La maratona, perché no? Magari insieme agli altri, ai pazienti incontrati durante le terapie all’ospedale Sant’Andrea di Roma, a quelli che ne sono fuori, a chi cerca speranze e a chi può darne. «Quando andavo a fare le cure, due volte alla settimana, incontravo solo persone tristi, abbacchiate, senza più voglia di reagire. Ho pensato che l’attività sportiva avrebbe potuto aiutarli nel recupero dal punto di vista psicologico. La vita continua, può durare poco e molto, ma non ci si può lasciare andare. Così ho coinvolto un primario di oncologia del Sant’Andrea, anche lui appassionato di corsa, pazienti ed ex pazienti anche di altri ospedali. Li abbiamo allenati, ognuno con il suo programmino, l’obiettivo era smuoverli dal divano e ci siamo riusciti. Il cronometro non conta, serve raggiungere un risultato che gratifica e restituisce le energie mentali e psicologiche per riprendere una vita normale». Marcello si lancia in questa sfida insieme alla società 6Più, impegnata a promuovere il benessere fisico e mentale, al preparatore atletico Andrea Giocondi (ha allenato tra gli altri Annalisa Minetti, medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Londra), al motivational coach Max Monaco. E racconta il suo percorso - dalla chemio alla maratona - in un video realizzato con 6Più in collaborazione con Ail associazione italiana contro le leucemie, linfoma e mieloma. “L’alba dentro l’imbrunire” è il titolo (regia di Marco Santinelli), sarà presentato il 22.

L’ESEMPIO

«Il filmato verrà utilizzato a scopo motivazionale e didattico, servirà per dare un esempio alle persone. Un gruppo di malati ed ex malati ha fatto la maratona camminando, perché non lo puoi fare anche tu? Al centro della malattia si è soli. Sei tu l’unica persona che può creare un percorso, reagire e combattere, decidere di non vivere da malato. La malattia sta a fianco a me, ma non mi condiziona, cerco di fare quello che ho sempre fatto. Se ci convivi alla fine riesci anche a domarla. Quello che mi resta da vivere voglio che sia come dico io, voglio correre, fare sport, sciare. Rinunciare agli sci mi farebbe star male. Non dico che voglio morire sulle piste, però....». Rimettersi in movimento, darsi dei traguardi anche solo visualizzarli è una spinta enorme per chi stra attraversando un’esperienza così. «La corsa regala un benessere psicologico, io ho ripreso con la stessa voglia e lo stesso entusiasmo di prima, come se non avessi mai interrotto. E ho imparato che la fragilità può essere trasformata in un punto di forza, alla fine si diventa migliori di prima».

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Ultimo aggiornamento: 11:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA