Covid a Lecce: malata di tumore si contagia in ospedale e muore a 49 anni. Il figlio: «Voglio giustizia»

Mercoledì 24 Marzo 2021 di Attilio Palma
Covid a Lecce: malata di tumore si contagia in ospedale e muore a 49 anni. Il figlio: «Voglio giustizia»

«Non mi fermerò davanti a nulla, se qualcuno deve pagare è giusto che paghi...». Alessio Russo, 27 anni, è il figlio di Claudia Casarano, la 49enne di Racale morta al Dea di Lecce nella notte tra il 20 e il 21 marzo dopo essere risultata positiva al Covid-19 diciotto giorni prima mentre era ricoverata nel Reparto Oncologico al Vito Fazzi di Lecce. Lavora con papà Michele nella ristorazione ed ha una sorella più piccola, Miriam, di 16 anni. In un post sul proprio profilo Facebook aveva auspicato che la giustizia facesse il suo corso preannunciando la denuncia-querela già presentata tramite il legale di fiducia della famiglia Serena Tempesta.

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Come sono andati i fatti ?
«Non è stato un caso isolato. Noi eravamo a casa tutti negativi, avevamo fatto il tampone da poco. Mia madre si sottoponeva da ormai sei anni a cicli di chemioterapia a causa di un carcinoma ovarico. Il 7 febbraio eravamo tornati da Napoli dove si era sottoposta a dei controlli. Il 27 febbraio scorso è stata ricoverata all'Oncologico e come per prassi è stata sottoposta al tampone molecolare dall'esito negativo. Tutto stava procedendo bene al di là dei normali postumi della sua malattia dovuti ai cambiamenti terapeutici. Si sentiva molto meglio fino al 3, quando ci fece sapere che aveva notato uno strano via vai. Aveva supposto fosse accaduto qualcosa di serio ed in effetti ci riferì della scoperta di un focolaio in reparto. Quasi tutti i pazienti si positivizzano, compresa lei. All'inizio era asintomatica. Ci disse che non riusciva a spiegarsi come mai fosse accaduto, addebitandolo magari a qualcuno che si recava in stanza con la mascherina abbassata durante la distribuzione del cibo. Di certo in un ospedale e in reparto così delicato non dovrebbe accadere. E come entrare con un mitra e sparare».
Poi cosa è accaduto?
«Lei continuava ad essere scherzosa ed ottimista. Nel frattempo è stata trasferita al Dea, mia madre diceva che l'avevano messa nelle capsule spaziali. Man mano che passavano i giorni iniziavano a manifestarsi i primi sintomi, anche un'altra paziente accanto a lei è peggiorata subito. Prima ha avuto la febbre, poi è scesa la febbre ma ha iniziato a diminuire la saturazione. Ho chiesto che usassero il plasma, che se non ce l'avevano l'avremmo procurato noi da alcuni donatori ma i medici ci dicevano che ci avrebbero pensato loro. Hanno aumentato l'intensità dell'ossigeno nella mascherina. Il 9 marzo ci chiama un medico oncologo che ci riferisce che la mamma ha avuto un peggioramento ed è stato necessario applicarle il casco. Ci dice chiaramente che non ce la farà. Il casco insieme alla terapia antivirale le riportano la saturazione fino al 98, 99%. Fino al 16 è stabile. La sentivamo in videochiamata ed era sempre fiduciosa. I medici però non ci davano speranze perché le radiografie evidenziavano un danno irreversibile ai polmoni».
Quando ha sentito per l'ultima volta sua madre?
«Sono stati giorni di agonia. L'abbiamo sentita il 19 marzo per l'ultima volta. Le ho mandato un messaggio dicendole: mamma basta combattere, dormi non avere paura, sei in pace. Lei mi ha risposto scrivendomi: non ti preoccupare basta.... Il 20 nella notte è andata in coma profondo e il 21 alle 2,30 abbiamo ricevuto la telefonata che non avremmo voluto ricevere».
Perché avete deciso di sporgere denuncia?
«La mamma è entrata sana in ospedale e ne è uscita in una bara. Voglio che la giustizia faccia il suo corso e venga stabilito come sono andate le cose. Qualcuno ci dice che i malati di cancro hanno già un piede nella fossa. Ed io rispondo: chi siete voi per mettere nella fossa anche il secondo? Nessuno sa quanto possano vivere o se possano guarire completamente. Sono solo scuse. Proprio perché sono soggetti fragili, occorre maggiore attenzione. Se qualcuno deve pagare è giusto che paghi, anche di morti ce ne sono stati troppi e altri ce ne saranno e non è corretto che tutto passi in sordina».
L'amore e la presenza di una madre sono insostituibili: quanto le manca già e quanta rabbia sente dentro?
«Rabbia tanta, ma più di tutto è il senso di vuoto. È come un pozzo che non ha fondo. Mi sento spaesato, voglio vendetta ma nel senso giusto, nel senso della giustizia».
Ne parlavate a casa di questo rischio?
«Non ne parlavamo, era impensabile in un reparto del genere e con quei protocolli così rigidi».  
Cosa si aspetta dall'inchiesta che scaturirà dalla vostra denuncia ?
«Mi aspetto giustizia».
Cosa vorrebbe poterle dire se fosse ancora viva ?
«Gliel'ho già detto per la verità, le ho detto che ci rivedremo nei sogni e mi ha detto di sì. Le direi mamma abbi pace, staremo bene, proveremo a stare bene senza di lei e che giustizia che sarà fatta. Non mi fermerò davanti a nulla». 

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Ultimo aggiornamento: 09:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA