Tumore al seno, l'innovativa terapia «babytam» protegge dalle ricadute per 10 anni

Le donne trattate con tamoxifene hanno riferito di avere avuto solo una vampata di calore aggiuntiva al giorno, rispetto al gruppo controllo

Giovedì 16 Marzo 2023
Tumore al seno, l'innovativa terapia «babytam» protegge dalle ricadute per 10 anni

Si apre un varco di luce per la lotta al mostro del tumore al seno. La terapia «babytam» protegge dalle ricadute per 10 anni. I risultati di uno studio italiano confermano che «una dose di 5 mg di tamoxifene al giorno per soli 3 anni riduce il rischio di recidive e di nuovi tumori al seno, con minimi effetti collaterali, mantenendo gli effetti anche 7 anni dopo la fine del trattamento».

I dati sono stati pubblicati sul «Journal of Clinical Oncology», rivista ufficiale dell'Asco, Società americana di oncologia medica.


Il trattamento

Secondo gli autori potranno cambiare la pratica clinica, consacrando l'azione scudo del trattamento con tamoxifene a basse dosi, detto anche babytam negli Usa.

Si apre inoltre la prospettiva di una somministrazione in prevenzione nelle donne sane ad alto rischio, anche genetico, di carcinoma mammario.

Allo studio 'Tam-01' - sostenuto da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, ministero della Salute, Lilt-Lega italiana per la lotta contro i tumori e Ospedali Galliera di Genova - hanno partecipato 14 centri oncologici italiani nelle aree di Genova, Milano, Napoli, Modena, Torino, Tortona, Forlì, Meldola, Carpi, Varese, Vicenza, Bari, Ravenna, Pavia e Catanzaro. Coordinatore Andrea De Censi, direttore del Dipartimento di Medicina e dell'Unità complessa di Oncologia medica degli Ospedali Galliera. La ricerca ha coinvolto 500 donne con cancro della mammella non invasivo (carcinoma duttale in situ o Dcis) o con lesioni precancerose (carcinoma lobulare in situ, iperplasia duttale atipica), sottoposte a intervento chirurgico e a eventuale radioterapia in caso di Dcis.

Le pazienti sono state assegnate dal computer con metodo casuale a ricevere 5 mg al giorno di tamoxifene o placebo per 3 anni. Quindi sono state seguite per un periodo di follow-up di circa 10 anni.


I dati

«I dati a 5 anni - ricordano dal Galliera - avevano già dimostrato un dimezzamento (-52%) delle recidive di cancro alla mammella invasivo o Dcis con babytam rispetto a placebo, e una riduzione ancora maggiore (-76%) del rischio di tumore all'altra mammella. Inoltre, le donne trattate con tamoxifene hanno riferito di avere avuto solo una vampata di calore aggiuntiva al giorno, rispetto al gruppo controllo.

 



«Dopo che questi primi dati sono stati annunciati nel 2018 - sottolinea De Censi - numerose linee guida statunitensi, tra cui quelle di società scientifiche come Asco, Nccn (National Comprehensive Cancer Network) e Uspstf (United States Preventive Services Task Force) raccomandano il tamoxifene a basse dosi dopo una diagnosi di Dcis o nelle donne con lesioni precancerose». Ora, «in questo studio più recente abbiamo aggiornato i risultati sulle recidive di tumore alla mammella dopo 10 anni per valutare eventuali effetti collaterali a lungo termine e vedere se l'efficacia del trattamento venisse mantenuta nel tempo, anche a distanza di 7 anni dal termine della cura», spiega Matteo Lazzeroni, medico ricercatore della Divisione di Prevenzione e Genetica oncologica dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano e primo autore dell'articolo. I dati a 10 anni mostrano dunque che «il tamoxifene a basse dosi continua a mantenere i propri effetti protettivi, riducendo del 42% il rischio di nuovi tumori mammari - riassume una nota - e con le curve di sopravvivenza del gruppo trattato, rispetto a quello con placebo, che rimangono notevolmente separate a 10 anni».

 


Gli eventi avversi

Per quanto riguarda gli eventi avversi valutati, tra cui tumore all'utero, altri tumori, malattia coronarica, frattura ossea, cataratta e trombosi venosa profonda o embolia polmonare, «non sono state osservate differenze significative tra i due gruppi dello studio». Per gli autori, «i risultati con tamoxifene a basso dosaggio forniscono un altro chiaro esempio di come la dose precedentemente utilizzata di uno dei farmaci più utilizzati in oncologia clinica fosse eccessiva, perlomeno per la prevenzione di recidive nelle forme non infiltranti di tumore». «La piena conferma dell'efficacia e sicurezza del tamoxifene a basse dosi - commenta Bernardo Bonanni, direttore della Divisione di Prevenzione e Genetica oncologica dello Ieo - ci permette di considerarlo ormai a tutti gli effetti 'practice changing'», ossia «in grado di cambiare la pratica clinica. I risultati ottenuti aprono la strada a nuovi studi clinici di prevenzione, alcuni pronti a partire a breve, nei soggetti sani ad alto rischio tumorale, incluse le donne portatrici di mutazione genetiche ereditarie»

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