Aborti in calo grazie alla prevenzione: «Ma mancano i fondi e i consultori pubblici chiudono»

Lunedì 17 Febbraio 2020 di Claudia Guasco
MILANO L’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è legale dal 1978, quando è stata approvata la legge 194. L’aborto è consentito nei primi novanta giorni di gestazione, nel quarto e quinto mese è possibile solo per motivi di natura terapeutica. «E cominciamo con il dire due cose: non si effettua al pronto soccorso e gli interventi sono in calo», afferma Paola Boccia, consigliera regionale lombarda che si occupa delle politiche di genere e pari opportunità per il Pd.

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NUMERI IN FLESSIONE
L’ultima relazione al Parlamento sul tema è stata depositata nel 2019 dal ministero della Salute e riporta dati del 2017: gli aborti sono stati 80.733, in calo del 4,9% dall’anno precedente e del 65,6% rispetto al 1982, anno in cui il numero è stato più alto in assoluto. Le donne con un’altra esperienza alle spalle sono state il 25,7% (dal 26,4% del 2016): lo 0,9% ha avuto quattro o più aborti precedenti, l’1,4 ne ha avuti tre, il 5,1% due. Complessivamente per le donne italiane il dato è più basso (21,3%) rispetto alle straniere (36%), ma per entrambe in diminuzione rispetto all’anno precedente (rispettivamente 22,1% e 37%). A livello regionale è maggiore l’incidenza al Nord in Liguria (32,8%), al Centro in Toscana (29,5%) e al Sud in Puglia (32,0%). Se si fa il confronto con altri Paesi, il valore italiano rimane il più basso: in Inghilterra e Galles è del 39%, in Olanda del 35,2%, in Spagna del 37,6% mentre in Svezia e Stati Uniti del 43,7%. «La spiegazione più plausibile è il maggiore e più efficace ricorso a metodi per la procreazione consapevole, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge», sottolinea la relazione del ministero. «Dietro la scelta di ogni donna c’è una storia diversa, che merita rispetto», sottolinea Stefano Vitali, dirigente medico e ginecologo del Day hospital-Day surgery Legge 194 dell’ospedale San Camillo di Roma, dove si effettuano più di 2000 interruzioni volontarie all’anno. «Talvolta c’è anche il fatto di non conoscere o non avere accesso alla possibilità contraccettiva». Obiettivo dei medici: aumentare questa consapevolezza. «Dopo il percorso, alla paziente viene offerto, al costo del ticket, un dispositivo intrauterino che dura tre anni o la pillola. Ed è grave - rileva il ginecologo - che nel Milleproroghe non ci sia l’indicazione della contraccezione gratuita almeno nelle fasce più giovani, o con difficoltà economiche. Bisogna pensare che talvolta parliamo di pazienti che magari non hanno una residenza, perché lavorano sì ma in nero. Realtà diverse con le quali bisogna confrontarsi».

POVERTA’
La relazione del ministero della Salute riporta che la maggior parte delle donne straniere che ricorre all’interruzione ha residenza italiana e che «non c’è uno stile di vita a rischio dietro l’aborto, ma una situazione di povertà materiale e culturale». Come conferma la ginecologa Elisabetta Canitano, da anni impegnata nella difesa della salute della donna. Da trentanove anni lavora all’ospedale Grassi di Ostia, posto di frontiera della Capitale, ed è presidente dell’associazione no profit “Vita di Donna”, che offre assistenza telefonica, online e visite nei casi più urgenti. «Nel nostro sistema sanitario i servizi sono ostili nei confronti di tutte le donne, italiane e straniere, e per disperazione una minoranza, quella più fragile e meno informata, va nei pronto soccorso per chiedere di abortire, ma vengono tutte mandate via talvolta solo con qualche informazione in più». Anche la dottoressa Canitano ha avuto una paziente nomade con una storia di aborti multipli. «Cinque anni fa - racconta - abbiamo accolto una nomade di 43 anni che si era appena trasferita in Italia. In Romania aveva subito cinque aborti. Al suo sesto aborto fatto in Italia decidemmo di inserire direttamente la spirale al termine dell’intervento di interruzione di gravidanza. Quando si è svegliata era ancora sulla barella e le dissi che era andato tutto a posto e che avevamo inserito anche la spirale. Lei mi prese le mani e me le baciò. Le donne trovano continui ostacoli, per questo abortiscono».

DODICI ABORTI
E l’interruzione di gravidanza, spiega Paola Bocci che monitora la situazione in Lombardia, «non viene intesa come metodo anticoncezionale ma è l’ultima ratio dovuta a mancanza di consapevolezza e qui entrano in campo i consultori: è grazie al loro prezioso lavoro che gli aborti si sono dimezzati in dieci anni. Purtroppo sono pubblici e a causa dei tagli ai fondi sono sempre meno». Eppure è dei medici che vi lavorano il merito di diffondere la conoscenza anche nei casi disperati. Tiziana Antonucci, vice-presidente del consultorio Aied di Ascoli, che è in regime di convenzione con l’ospedale locale per quanto riguarda la legge 194, racconta la storia di una donna nomade: aveva 28 anni quando è venuta in Italia e già sulla spalle quattro figli e almeno sei aborti, forse sette, eseguiti in Romania. Quando si è trasferita ad Ascoli Piceno, il numero di aborti è salito a dodici. «A quel punto abbiamo chiesto l’autorizzazione per poterle mettere gratuitamente la spirale e per parecchi anni non l’abbiamo più vista», ricorda la dottoressa Antonucci. «Un giorno mi telefona e subito ho pensato che fosse nuovamente incinta. Invece con mia grande sorpresa voleva prendere un appuntamento per la figlia diciottenne che da un mese si era fidanzata, voleva farle mettere la spirale. “Non voglio che ripeta quello che ho fatto io”, mi ha detto. Mi ha sorpreso davvero tantissimo e in quel momento sono rimasta senza parole. In seguito mi ha portato anche la cognata e la sorella».
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