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Roma, il clan temuto dai boss: camera di tortura per chi non pagava i debiti. Carminati: «Quelli so’ brutti»

Le intercettazioni: «Ti taglio a pezzi e vado a prendere i soldi della tua famiglia»

Mercoledì 18 Maggio 2022 di Michela Allegri e Alessia Marani
Roma, camera di tortura per chi non pagava i debiti. Carminati: «Quelli so brutti»

Crudeli, capaci di impugnare la pistola e sparare addirittura al fratello, prendendo la mira dal balcone di casa. Con il sangue freddo abbastanza per ricoprire una stanza di teli di plastica e trasformarla in una camera delle torture, dove seviziare per ore chi non pagava i debiti di droga. Non è la sceneggiatura della serie tv Dexter, ma succedeva nella Capitale, in un appartamento in zona Collatina. «Quelli sò brutti forti compà», aveva sentenziato già nel 2013 il re del Mondo di Mezzo, Massimo Carminati, al suo braccio destro Riccardo Brugia, parlando del gruppo di Daniele Carlomosti, arrestato ieri insieme ad altre 13 persone dai carabinieri del Nucleo Investigativo di via In Selci su richiesta della Dda di Roma. Per l’accusa, era il capo di un’organizzazione criminale di spessore, in grado di importare droga dal Marocco e che con i rivali aveva la fama di essere spietato.

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La banda

Tra gli arrestati, anche Armando De Propris, imputato - poi assolto - nel processo per l’omicidio di Luca Sacchi: era accusato di essere il proprietario dell’arma utilizzata dal figlio Marcello e da altri due pusher per uccidere il personal trainer romano nel 2019. Secondo gli inquirenti, già 9 anni fa Carminati sosteneva fosse necessario trovare un’intesa per evitare problemi. E i carabinieri del Ros avevano annotato diversi incontri, quasi tutti nei bar trendy del quartiere Parioli.
Anche Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, uno dei narcos più potenti della Capitale, ucciso con un colpo di pistola al parco degli Acquedotti, portava rispetto. Aveva chiesto a Carlomosti l’autorizzazione per «terrorizzare» un debitore e aveva affari con la banda. A Roma, fino al 2019 i conti si regolavano ancora con le pallottole: nelle 359 pagine di ordinanza di custodia cautelare si susseguono gambizzazioni, tentati omicidi, minacce, revolver scaricati in direzione dei nemici. Ma il gip Tamara De Amicis sottolinea che anche i nuovi signori della malavita stavano attenti a non pestare i piedi a chi manteneva il potere dato dalla caratura criminale: Michele Senese, che pure dal carcere continuava a comandare. È ai suoi familiari che Fabio Pallagrosi, braccio destro di Carlomosti, si rivolge per avere l’autorizzazione a togliere di mezzo Maurizio Cannone, colpevole di non avere onorato un debito da 64mila euro e un tempo molto legato alla famiglia del boss. Il 7 dicembre 2018, in segno di «rispetto tributato a Michele Senese» - annota il gip - va a casa del padre e della moglie a porre la questione per conto di Carlomosti. Il giudice annota che Pallagrosi non ottiene solo il via libera, ma anche un consiglio: fare fuori Cannone utilizzando uno «stiletto, arma convenzionalmente utilizzata per uccidere i rivali». È Pallagrosi a riportare la conversazione: «Questo te lo devi fare di stiletto... perché sennò non lo paghi intero».

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Le sevizie

Il passo successivo è il sequestro di Cannone: viene rinchiuso nella stanza delle torture, destinata a chi non onorava i debiti. Nell’appartamento degli orrori una camera era stata rivestita con teli in plastica, per non lasciare tracce di sangue. Le sevizie erano state ascoltate dagli investigatori grazie a un trojan piazzato nel cellulare di uno degli indagati. Era l’11 dicembre 2018. La vittima era stata legata, spogliata, costretta per ore a subire minacce e violenze. «Basta Daniè... Mi gira la testa - implorava Cannone - mi stai ammazzando». I carcerieri, intanto, lo minacciavano e dicevano di avere a disposizione ogni tipo di arma: pistole, kalashnikov, ma anche forbici, un trapano, delle tronchesi. Cannone era stato fotografato e filmato, e gli scatti erano stati inviati ai suoi familiari e ai suoi amici, chiedendo - e ottenendo - un riscatto. Le intercettazioni sono agghiaccianti: «Ti taglio prima a pezzi e poi mi vado a prendere i soldi dalla famiglia tua... ti sto ammazzando, stai per morire, ora telefoni a casa e dici di farmi entrare», dice Carlomosti.
Gli episodi di violenza sono tantissimi, come un recupero crediti per droga in cui la vittima, un ultrà della Roma, viene obbligata a consegnare due orologi di lusso e un’auto. Addirittura, Carlomosti progetta di uccidere il fratello Simone - pure lui indagato - e cerca di sparagli prendendo la mira dal balcone di casa, mentre l’altro è affacciato alla finestra. Ed è proprio dallo scontro tra i fratelli per la conquista della piazza di spaccio a La Rustica che è scaturita una vera e propria guerra tra bande tra il 2017 e il 2019: auto bruciate, scontri a fuoco, gambizzazioni, minacce e vendette. Un sodale di Carlomosti, addirittura, propone di ingaggiare un killer proveniente dalla Calabria, che avrebbe portato a termine il lavoro per soli 500 euro. Le accuse contestate vanno dall’associazione dedita al narcotraffico all’estorsione, dal tentato omicidio alla detenzione illegale di armi. Il tutto, per la Procura, sarebbe aggravato dall’utilizzo del metodo mafioso. Circostanza che, però, non è stata riconosciuta dal gip.

Ultimo aggiornamento: 11:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA