Ponte di Ferro, i mancati controlli sugli argini del fiume. «Clochard mai sgomberati»

Venerdì 8 Ottobre 2021 di Michela Allegri
Ponte di Ferro, i mancati controlli sugli argini del fiume. «Clochard mai sgomberati»

Un disastro provocato dall'incuria, dal degrado. Segnalazioni ignorate, così come gli allarmi lanciati dai residenti per denunciare il pericolo: tutti sapevano che l'accampamento abusivo di clochard sotto il Ponte di Ferro si era da tempo trasformato in una favela sulle sponde del Tevere, con erba alta, sterpaglie, fuochi accesi per cucinare, bombole e fornelletti da campeggio, scatoloni utilizzati come riparo dalla pioggia. Nessuno è intervenuto. E adesso la mancanza di manutenzione rischia di costare caro ai responsabili del Campidoglio che avrebbero dovuto curare l'area e proteggerla dalla devastazione. Il procuratore aggiunto Giovanni Conzo, nell'ambito dell'inchiesta sul rogo del ponte, indaga anche per verificare come mai l'area fosse stata praticamente abbandonata. E non è escluso che alle ipotesi di incendio colposo e delitti contro la pubblica incolumità possa affiancarsi anche un altro titolo di reato, relativo alle mancanze della pubblica amministrazione, che potrebbero avere contribuito ad alimentate il fuoco che nella notte tra sabato e domenica ha divorato il Ponte dell'Industria, nel quartiere Ostiense.

Incendio al Ponte di Ferro: «Rogo partito dalla favela»

IL BIVACCO
Nella prima informativa che i carabinieri del Nucleo investigativo e della compagnia di Trastevere hanno depositato in Procura viene spiegato che le fiamme sarebbero partite proprio dalla favela: un fornelletto da campeggio acceso e utilizzato per cucinare avrebbe fatto esplodere una bombola, oppure una pentola a pressione. I clochard cha hanno allestito il bivacco - si tratta di sette o otto persone - sono fuggiti e gli investigatori sono al lavoro per identificarli. Ma le indagini puntano anche a ricostruire le possibili responsabilità del disastro dal punto di vista amministrativo.

Da un monitoraggio effettuato due settimane prima del disastro era stata confermata la presenza di senza tetto, accampamenti abusivi e una specie di discarica a cielo aperto, con scatoloni e rifiuti. Alla fine del 2020 i Vigili del fuoco avevano anche denunciato il pericolo: la favela metteva a rischio la sicurezza dell'area, soprattutto per la presenza di diverse persone accampate. La reazione era stata inviata alla Regione, anche se la pulizia extra delle banchine spetterebbe al Comune.

LE COMPETENZE
Il problema è che, da sempre, sulla questione delle competenze relative al Tevere, regna il caos: se ne occupano diciotto uffici diversi. Delle sponde si occuperebbe il demanio della Regione Lazio, del corso dell'acqua si prende cura l'Autorità di bacino. Per la gestione delle piene e dei barconi interviene la Capitaneria di Porto, mentre il pronto intervento è affidato al Distaccamento fluviale dei Vigili del Fuoco e la sicurezza è in mano alla Polizia Fluviale. Nel dicembre del 2017, però, la sindaca Virginia Raggi ha inaugurato l'Ufficio speciale Tevere, che si sarebbe dovuto occupare di «ponti di attraversamento sul Tevere, parapetti, manutenzione, pista ciclabile, opere di sostegno dei ponti». Nella pagina di presentazione veniva specificato che «le attività di manutenzione, valorizzazione, sviluppo e tutela delle acque ed aree spondali, prospicienti il corso del fiume Tevere rappresentano una priorità per l'Amministrazione Capitolina». Tra gli obiettivi raggiunti, veniva sottolineata la creazione del «Gruppo di monitoraggio dell'Ufficio speciale Tevere, finalizzato ad attualizzare lo stato conoscitivo delle sponde e delle aree golenali del fiume».
 

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