Roma, il racconto di una vittima dell'untore: «Con Talluto la mia prima volta: mi attaccò l'Aids a 14 anni»

Martedì 6 Giugno 2017 di Adelaide Pierucci

Non ha voluto vedere in faccia l'imputato. E ha chiesto di testimoniare dietro a un paravento e dopo essersi accertata che in aula non venisse pronunciato il suo nome. Ieri nel processo in Corte di Assise a carico di Valentino Talluto, il trentenne che noncurante della sieropositività all'Hiv, in preda a scatti di bulimia sessuale, ha avuto rapporti con almeno una cinquantina di donne, infettandone trenta, il pm Francesco Scavo ha interrogato la più giovane delle vittime, ventiquattro anni, all'epoca del contagio quattordicenne.

«Ho conosciuto Valentino all'età di sette anni e non ci siamo mai persi di vista. Su incarico dei miei genitori qualche volta mi veniva pure a prendere a scuola», ha raccontato in lacrime la ragazza, figlia di amici di famiglia dell'imputato. «A un certo punto il nostro rapporto è cambiato. E in una occasione ho avuto delle intimità con lui. Avevo quattordici anni. E' stata la mia prima volta. La volta in cui mi ha anche contagiata. Mi fidavo di lui. E invece mi ha fatto la cosa più brutta che potesse farmi. Ero ancora una bambina», ha detto. «Ho scoperto di essere sieropositiva nell'estate del 2015, qualche mese prima che Valentino venisse arrestato. Avevo avuto problemi dermatologici - ha aggiunto la giovane, assistita dall'avvocato Flavio Nicolai - Mi è crollato addosso il mondo. Quando la polizia ha fatto spiccare l'ordine di arresto, io avevo avuto modo di vederlo poco prima. Sapevo che era indagato. E' stata una liberazione».

LA DIFESA
Nonostante la carrellata di testimonianze concordanti e il riscontro genetico dello stesso ceppo virale tra vittime e imputato ricostruito in aula dal direttore del laboratorio di virologia dello Spallanzani, la difesa di Talluto ha provato a giocare la carta della scarcerazione. Nella stessa udienza gli avvocati Maurizio Barca e Tiziana De Biase hanno presentato una istanza alla Corte di revoca della misura con un'altra meno afflittiva «considerata l'insussistenza dell'impianto accusatorio».

Un'istanza respinta per motivi tecnici: non tutte le parti civili erano state informate. «Potremmo riproporla ha poi dichiarato l'avvocato Barca L'appartenenza allo stesso cluster epidemico non indica la direzionalità del contagio. Non si sa chi ha contagiato chi». Nell'attesa che i giudici si pronunciassero sulla scarcerazione le parti civili in aula, legate ormai alla condanna della terapia antiretrovirale a vita, hanno avuto momenti di sconforto. «Sembra incredibile». «E poi dove potrebbe trascorrere eventuali domiciliari visto che, temendo risarcimenti, subito dopo l'arresto, ha venduto casa?». «Ce lo affidino a noi», ha azzardato qualcuna.

  Ultimo aggiornamento: 7 Giugno, 19:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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