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L'ipoteca sul futuro di Renzi e l'asse M5S-Lega alla prova

Domenica 19 Giugno 2016
L'ipoteca sul futuro di Renzi e l'asse M5S-Lega alla prova
Si eleggono i sindaci. E' un voto locale». «Se il Pd perde ai ballottaggi non mi dimetto». «Il governo non c'entra, la mia sorte sarà decisa dal referendum». Per due settimane, dalla notte del primo turno in cui ammise di essere «scontento», Matteo Renzi ha provato a mettersi al riparo da un eventuale batosta elettorale.
Eppure, come sosteneva ieri l'Osservatore romano, al premier l'impresa non è riuscita. Non è riuscita in quanto i ballottaggi sono stati trasformati da M5S, FI, Lega, in un plebiscito pro o contro Renzi. E si è saldata una sorta di cripto-alleanza tra grillini e lumbard. Un epilogo quasi inevitabile, perché il premier è anche segretario del Pd. Perché, come ha dimostrato il primo turno, nel Paese monta il voto di protesta e rabbia contro l'establishment. Un fenomeno che non risparmia neppure Piero Fassino: il sindaco uscente di Torino ha dimostrato di saper governare, ma paga l'essere espressione di un sistema di potere che guida la città dal 1993 e ora rischia la sconfitta contro la grillina Chiara Appendino.

Insomma, il buongoverno e l'esperienza sembrano finiti in secondo piano. Soprattutto dove il Pd si scontra con il M5S, come a Roma e a Torino. In base ai sondaggi, prevarrebbe la voglia di mandare a casa «i soliti noti». Così Virginia Raggi, nonostante non abbia brillato in trasparenza e non abbia alle spalle esperienze di amministrazione, ha ottime possibilità di vittoria. Così Appendino potrebbe vincere a Torino battendo il buon sindaco Fassino. Questo, insieme alla Capitale espugnata, sarebbe il vero successo del M5S orfano di Casaleggio e (quasi) di Grillo. E rappresenterebbe quel passo di avvicinamento verso palazzo Chigi (con toni più moderati) sognato da Luigi Di Maio, dal direttorio e dallo stesso Grillo. Con un problema non da poco: dimostrare, nei Comuni dove vinceranno, di saper governare. Un fallimento decreterebbe la sconfitta dei grillini alle elezioni politiche del 2018.

LA LINEA DEL PIAVE
Ma la vera partita, quella che potrebbe far uscire Renzi pesantemente indebolito, si gioca a Milano dove il centrodestra si presenta unito (Ncd incluso) con Stefano Parisi. La città meneghina è per il premier-segretario una sorta di linea del Piave. E' qui che Renzi, puntando sull'ex commissario dell'Expo Sala, sta testando quello che viene chiamato il partito della Nazione: un partito capace di non perdere troppi voti a sinistra e di conquistare una buona fetta del voto moderato. Ebbene, se a Milano vincesse invece Parisi, considerato da molti «più a sinistra» di Sala, a uscirne sconfitto sarebbe il progetto politico alla base del renzismo e delle sue politiche.
Il centrodestra, con il fiato sospeso per le condizioni di salute di Silvio Berlusconi, ne uscirebbe rivitalizzato. Con un problema: il previsto tentativo dell'ala radicale e populista incarnata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, di lanciare un'opa sulla coalizione in vista delle elezioni politiche. Ma è già agli atti che la vittoria di Parisi segnerebbe la riscossa del berlusconismo moderato. Cosa accadrà? Difficile dirlo. Tutto dipenderà dalla resurrezione del Cavaliere: se il cuore del vecchio leone tornerà (quasi) quello di prima (e se Parisi vincesse) per Salvini la scalata alla guida della destra non sarà una passeggiata.
 
In questo schema tripolare, il Pd merita un capitolo a parte. Dopo il primo turno Renzi ha detto che entrerà «nel partito con il lanciafiamme» per mettere all'angolo quelli che, come D'Alema e Bersani, avrebbero «remato contro». La resa dei conti è perciò inevitabile. Dolorosa e ruvida se il Pd, come previsto perderà Roma. Dolorossissima e cruenta se dovesse soccombere a Milano e a Torino. Renzi ha fatto sapere che non intende rinunciare al doppio incarico dimettendosi da segretario. Ma distinguere palazzo Chigi dal Nazareno potrebbe risultargli utile in vista del referendum. Così c'è chi non esclude che in caso di debacle, Renzi alla fine possa spedire Lotti o la Boschi a fare il segretario.