Il Tar blocca l'espianto degli ulivi. Ancora veti nel Paese paralizzato

Venerdì 7 Aprile 2017 di Marco Gervasoni
È inutile sforzarsi nell’alambicco di leggi elettorali e grandi riforme, è vano cercare idee che possano sbloccare il Paese, invertire il declino. Tutto tempo perduto se poi le questioni strategiche che ci riguardano possono essere bloccate da un Tar. Parola magica, l’acronimo che rimanda a Tribunale amministrativo regionale, sorta di deus ex machina capace non di sbloccare le situazioni, ma di metterle nel limbo. 

Si tratta della famosa «sospensiva», svelando così la profonda italianità dell’istituzione: consistente nel diluire i problemi, sperando che il tempo magicamente li risolva. Queste e altre considerazioni vengono in mente dopo aver appreso che proprio da un Tar, quello del Lazio, è stato bloccato un progetto strategico, quello del gasdotto Tap, non per il solo Salento o la sola Puglia, ma per tutto il Paese. 

Un progetto, per di più, riguardante l’approvvigionamento energetico, qualcosa per cui le nazioni nei secoli si sono fatti le guerre (e continuano a farsele), e che noi italiani invece affrontiamo ispirati da un ecologismo straccione, dall’esaltazione della «decrescita felice» propria di un Paese in declino, che si bea dell’affondare nel mare del nulla. Per carità: non abbiamo elementi per entrare nel merito delle motivazioni che hanno portato il Tar del Lazio a esprimersi in tal senso. Anche se la tempistica, proprio il giorno successivo a un’azione violenta dei «no Tap» per impedire l’accesso dei camion nei cantiere, appare quanto meno deprimente. Sappiamo però che il Tar si muove di fronte a un ricorso. E chi vi è all’origine? La Regione Puglia, governata (ci hanno detto) non dai 5 Stelle, ma da un tal Michele Emiliano. Che ieri, magari danzando dalla gioia per la sua battaglia (apparentemente) vinta, si è pure infortunato. Ma che rivela l’irresponsabilità di un ceto politico. Michele Emiliano, ci dicono, è del Pd, così come del Pd è la maggioranza che lo regge. 

Se questo è un esempio del programma con cui egli intenderebbe muoversi nel caso (ad oggi improbabile) fosse eletto segretario del Nazareno, c’è da restare allibiti. Come si può pensare di guidare, se non un Paese, un partito nazionale con l’idea che nulla possa essere compiuto, perché potrebbe essere fonte di ruberie (sul modello Raggi a Roma) o perché l’intervento sconvolgerebbe un paesaggio o una comunità? Ma come credono Emiliano, i 5 stelle, i “No Tap”, che la civiltà e il «progresso» (e Emiliano, ci dicono, sarebbe un «progressista») si siano affermati, se non a colpi di sconvolgimenti di paesaggi e di comunità? 

Certo oggi sappiamo che vi sono interventi distruttivi dell’ambiente, che non possiamo più accettare, e interventi compatibili: e ci pare che il progetto Tap sia di questo tipo. Certo, la Regione Puglia più che “No Tap”, sarebbe per un «Tap diverso»: ma in questo contesto di confusione, di rumore, di paralisi, è molto probabile che non un «Tap diverso» voglia dire bloccare tutto. Cosa che comporterebbe una maggiore nostra dipendenza energetica verso paesi stranieri (e meno male che una parte della protesta No Tap si vorrebbe «sovranista»), ma soprattutto costituirebbe, come si dice in linguaggio giuridico, un precedente. La vittoria di un’alleanza tra minoranze mobilitate e chiassose, spezzoni di ceto politico alla ricerca del consenso demagogico e, inevitabilmente, una fetta della magistratura, potrebbe riproporsi domani e dopodomani per una qualsiasi opera pubblica. 

In questo modo garantendo al nostro Paese un futuro di declino, di miseria, di povertà: un futuro, soprattutto all’insegna dell’italiano lamentoso e pessimista, quando la parte migliore del nostro carattere nazionale è (era?) ben altra.
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