Il Governo vacilla sulla Tav
A vuoto il vertice fiume nella notte
Lettera Ue: a rischio 800 milioni

PER APPROFONDIRE: conte, matteo salvini, palazzo chigi, tav
Tav, lettera Ue: a rischio 800 milioni. Conte media tra sì Salvini e no M5S
Il governo chiederà un confronto con la Francia sui criteri di finanziamento della Tav. È questo quanto emerge da fonti di maggioranza al termine, alle 2 di notte, del vertice a Palazzo Chigi sull'alta velocità Torino-Lione.

Non sarebbe stata assunta alcuna decisione sui bandi per la Tavi. È quanto affermano fonti di maggioranza al termine del vertice di governo durato oltre cinque ore. Sarebbero ancora in corso, spiegano le stesse fonti, valutazioni giuridiche.

Dopo l'uscita dei tecnici, a mezzanotte, all tavolo sono rimasti fino all'ultimo il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il ministro Danilo Toninelli e i sottosegretari. La tensione fra Lega e M5s resta altissima.


«Il forse non c'è». Matteo Salvini lo aveva detto entrando a Palazzo Chigi per il vertice notturno «a oltranza» convocato dal premier Giuseppe Conte sulla Tav. E in una battuta aveva sintetizzato la difficoltà del governo gialloverde, mai così spaccato: il No del M5s è coriaceo, il Sì della Lega irremovibile. M5s propone di dare il via libera ai bandi per la Tav ma rivedere del tutto il progetto rafforzando la vecchia linea del Frejus. La Lega replica che non si può «tradire lo spirito iniziale»: la Tav deve essere Tav. Una spaccatura che allunga nella notte il vertice che taglia una prima tappa poco prima di mezzanotte quando termina la parte tecnica legata al dossier.

Poi la  riunione è entrata nella parte politica. Bocce cucite da parte dei tecnici all'uscita di Palazzo Chigi tanto che uno dei «professori» presenti all'incontro ha tagliato corto con i cronisti: «Non vi dico neanche il mio nome». Tra i tecnici chiamati dalla Lega al vertice figura Pierluigi Coppola, l'unico membro della commissione che ha condotto l'analisi costi-benefici Tav a non aver firmato le conclusioni dello studio effettuato, sfavorevole alla prosecuzione dell'opera.

 


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Due rotte all'apparenza inconciliabili. Il premier prova a fare sintesi con un suo «lodo». Il sentiero è strettissimo. La Lega propone in alternativa di rinviare la scelta alle Camere (il Sì vincerebbe) o al referendum. E in favore del Sì pesa il rischio di perdere «circa 800 milioni» di fondi Ue. Ma il M5s avverte che il Sì potrebbe portare alla crisi di governo. Da Bruxelles trapela in serata che la Commissione europea è pronta a inviare una nuova lettera all'Italia per ricordare che il No alla Torino-Lione, con la violazione di due regolamenti del 2013, comporterebbe la perdita di circa 800 milioni di cui 300 entro marzo e il resto successivamente. Una doccia fredda per il M5s, che spinge compatto per il No all'opera (anche se i vertici starebbero spingendo per tenere toni bassi ed evitare strappi). Un assist a Salvini, che martedì di Tav avrebbe parlato al telefono con il vicepresidente della commissione Jyrki Katainen. Ora è tutto in mano a Conte, concordano Di Maio e Salvini. Tra i due vicepremier i rapporti sarebbero ai minimi termini, mai così tesi come sul dossier Tav. Tocca dunque al premier cercare l'exit strategy: «Speriamo di prendere le decisioni giuste, trasparenti, già stasera e comunque entro venerdì», dice da Belgrado, dove vola in giornata per una visita istituzionale. Il presidente del Consiglio fa appello alla «responsabilità» dei vice. E assicura di «non vedere» rischi per il governo. Ma il tavolo che si apre a Palazzo Chigi ha il sapore del gabinetto di guerra. Il leader della Lega riunisce nel pomeriggio al Viminale tecnici e sottosegretari per scandagliare l'analisi costi-benefici di Toninelli: «Costa più non farla che farla», sentenzia poi. Di Maio, che descrivono assai irritato verso l'alleato, si mostra «concentrato» sul reddito di cittadinanza.

Ma dal Piemonte alle Aule parlamentari la truppa M5s è in ebollizione. Da Torino viene spedita a Conte, da un fronte No Tav guidato dal sindaco di Venaus, la proposta di rifare il traforo ferroviario del Frejus, con una nuova galleria di 15 km, al posto del maxi-tunnel da 57,5 km previsto nel progetto attuale, dimezzando i costi. È quello che in sostanza chiede il M5s: partano i bandi, ma intanto si riscriva tutto il progetto mettendo da parte il corridoio centrale della Tav e rafforzando il Frejus. Ma alla Lega non va bene, perché non va bene ai Sì Tav: rivedere il progetto si può - è il mantra - ma non stralciare l'opera. I leghisti sono convinti che il Sì di Conte all'avvio dei bandi - su cui Telt deve procedere lunedì - sarà dettato dai fatti, un Sì «tecnico».

Ma poi su come andare avanti, la mediazione è da scrivere: c'è chi è ancora convinto che si possa spostare più in là la scelta finale, ma a inizio vertice M5s pretende che - mentre partono i bandi - si metta per iscritto lo stop al progetto, la Lega vuole il Sì. Conte invita tecnici e sottosegretari, insieme a Toninelli e vicepremier, per pesare ogni aspetto. Ma sullo sfondo c'è la consapevolezza di tutti che il No rischia di far implodere i gruppi parlamentari M5s (dunque il governo). Ecco perché la Lega, che vorrebbe un proprio candidato alle regionali in Piemonte di maggio e non può dare l'idea di 'tradirè gli elettori del Nord con un No, propone come mediazione estrema l'idea di 'sollevarè il governo, lasciando che a pronunciarsi in ultima istanza sia il Parlamento con un voto: il No del M5s perderebbe perché il Sì viene sostenuto anche da Fi e Pd, ma l'esecutivo potrebbe reggere.
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Mercoledì 6 Marzo 2019, 20:28






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