Migranti, il governo si divide. Le imprese: ne servono di più

Il decreto flussi dovrebbe alzare gli ingressi da 30.000 a 80.000. Carroccio sulle barricate

Martedì 30 Novembre 2021 di Marco Conti e Giusy Franzese
Migranti, il governo si divide. Le imprese: ne servono di più

L’obiettivo resta sempre quello espresso qualche giorno fa dal ministro del Lavoro Andrea Orlando quando spiegò che sul decreto flussi «non è stato possibile procedere nella maniera auspicata per il 2021, ma stiamo lavorando come governo per verificare la possibilità di ottenerlo in tempo per il 2022 perché sappiamo quanto sia importante questo tema per dare un quadro di certezze alle imprese». Il testo è in elaborazione e dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri prima della pausa natalizia, ma il condizionale è d’obbligo per il nervosismo che si coglie all’interno della maggioranza. A mettersi di traverso è soprattutto la Lega che negli abrogati decreti-Salvini prevedeva un tetto di 30mila unità agli ingressi di stranieri.

 

 

IL TESTO

Eliminato il tetto, si mettono in fila le richieste dei singoli settori. «Prima di aprire le porte agli stranieri dobbiamo dar lavoro ai tre milioni di italiani che percepiscono il reddito di cittadinanza e che ancora attendono l’avvio delle politiche attive per il reinserimento nel mondo del lavoro», sostiene la Lega con il sottosegretario del ministero dell’Interno Nicola Molteni. Il distinguo leghista spinge alla cautela le altre forze politiche. Dal Nazareno fanno sapere che si attende di leggere il testo del decreto e rimandano al lavoro che sta facendo il ministro Orlando. Carlo Sibilia, sottosegretario M5S al ministero dell’Interno è più esplicito: «Sul decreto flussi abbiamo sempre spinto al massimo perché è uno strumento che ci ha sempre convinto» in quanto «definisce le necessità lavorative delle persone in ingresso nel nostro Paese». Ma anche Sibilia attende di leggere il testo e dice di non sapere «se ci sono criticità al momento».

E mentre la politica si divide, le imprese si ritrovano a fare i conti con la carenza di manodopera, cosa che sta per diventare un serio problema soprattutto per quei lavori che gli italiani non vogliono più fare. La raccolta nei campi, ad esempio. Nell’agricoltura già sono impiegati praticamente in pianta stabile 340 mila lavoratori stranieri (il 32% del totale degli operai agricoli in Italia), ma non bastano. Nei periodi di raccolta servono i rinforzi degli stagionali. Se non arrivano regolarmente, attraverso il canale del decreto flussi appunto, o si rinuncia a una parte della produzione oppure giocoforza si devono prendere lavoratori in nero. Due soluzioni che gli imprenditori vorrebbero evitare. Zootecnia e ortofrutta sono i settori agricoli con maggiori problemi di manodopera.

 

 

«Non possiamo più aspettare, il governo deve varare al più presto il decreto flussi», esorta Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura. L’agroalimentare italiano - osservano in Coldiretti - è uscito dalla pandemia più forte di prima con il record di fatturato e quello delle esportazioni che raggiungeranno i 52 miliardi a fine anno. «Per sostenere la crescita è necessario garantire la presenza di lavoratori in un settore come quello agricolo dove un prodotto su quattro viene raccolto da mani straniere. Si tratta soprattutto di lavoratori dipendenti a tempo determinato che arrivano dall’estero e che ogni anno attraversano il confine», spiegava l’associazione in una nota qualche giorno fa. Attualmente il 62% dei lavoratori stranieri che hanno un contratto in Italia sono di origine extra-Ue soprattutto africana. Provengono dai paesi del Nord (Marocco e Tunisia) e dell’Ovest (Senegal, Nigeria), ma anche dall’Est Europa (Albania ed Ucraina) e dall’Asia (India e Pakistan). 

Anche gli artigiani non se la passano bene dal punto di vista della manodopera: «Le nostre imprese hanno registrato un aumento degli ordini, ma l’86% delle aziende ha seri problemi di produzione, dovuti soprattutto all’aumento del costo delle materie prime e dei semilavorati, accompagnati da un’enorme difficoltà nel reperimento del personale, come dichiara il 59% degli imprenditori intervistati», dice Stefano Di Niola, segretario della Cna di Roma. Un altro settore in affanno per carenza di manodopera è quello delle costruzioni, che tra superbonus e opere pubbliche legate al Pnrr è in forte ripresa. Il centro studi dell’Ance stima per il 2022 un fabbisogno occupazionale aggiuntivo diretto nel settore di circa 170mila unità e altri 95.000 nei settori collegati.

 

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