Mattarella: «Si muova Conte». Alt M5S: «A noi conviene così»

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Mattarella: «Si muova Conte». Alt M5S: «A noi conviene così»

di Marco Conti

ROMA Oltre le frasi un po' di circostanza sul «rapporto non compromesso» da un «passaggio» «un po' vivace», il presidente del Consiglio Giuseppe Conte fatica ad andare. Avverte le pressioni dei due vice Di Maio e Salvini, impegnati in una campagna elettorale dove si contendono la palma di chi è il più anti Macron e il più euroscettico. Eppure in un governo e in una maggioranza dove la politica estera la fanno in quattro-cinque, toccherebbe proprio al premier dire una parola definitiva e se con la Francia restiamo alleati o ci prepariamo ad invaderla. Almeno questo si aspettano dal Quirinale quando ieri sera, dopo aver letto le timide parole di Conte, invita l'esecutivo a «ristabilire immediatamente un clima di fiducia» nei rapporti con Parigi. In tarda serata si è riunito il Consiglio dei ministri, assente Salvini. Un'ulteriore occasione di confronto tra Di Maio e Conte, che non nasconde le sue preoccupazioni.

IL BALCONE
Ridurre a fatto quasi privato l'incontro francese della coppia Di Maio-Di Battista con uno dei tanti esponenti dei gilet gialli potrebbe infatti non bastare. Anche perchè il principio della non ingerenza, che il M5S evoca quando si tratta di Venezuela, è indicato anche nei motivi che ieri hanno spinto Quai d'Orsay a richiamare l'ambasciatore.

Senza contare che lo stesso Conte pochi giorni fa è stato pizzicato da un fuorionda un po' impiccione mentre spiegava alla cancelliera tedesca Angela Merkel che Salvini è «contro tutti» mentre il M5S intende fare una «campagna contro la Francia» per risollevare i sondaggi. Un racconto, quello di Conte, che ha sconcertato la Cancelliera ma che ha spiegato molte cose alle cancellerie.

Per non smentire Conte, ieri il Dibba ha alimentato di nuovo lo scontro aumentando il numero di coloro che per conto del governo si occupano di politica estera. In realtà il titolare della Farnesina è Enzo Moavero Milanesi che ieri è stato raggiunto a Montevideo dalla notizia del ritiro dell'ambasciatore francese. Il ministro è un tecnico, profondo conoscitore dell'Europa e delle sue dinamiche, e ha subito provato ad arginare la tempesta dicendo che le relazioni Roma-Parigi restano comunque salde. Il problema è che stavolta anche i tentativi di Di Maio e Salvini di gettare acqua sul fuoco non bastano a riportare a Roma l'ambasciatore francese. Il fatto che una vicenda analoga accadde qualche decennio fa, quando al governo c'era Benito Mussolini, non aiuta. Allora per le piazze francesi non c'erano i gilet gialli ma i carri armati tedeschi, ma la politica estera la faceva uno solo. Invece ora Di Maio e Salvini fanno a gara a chi è più anti Macron e quandi anti-elite. Nel M5S sono tutti convinti che la polemica con la Francia e lo scontro elite-popolo, sia elettoralmente redditizio, ma le prese di distanza di molti esponenti dei gilet gialli da possibili alleanze con i grillini confermano la sensazione che in Francia lo scontro diplomatico con l'Italia che ci vuole dare più migranti, che non vuole fare la Tav e che ci accusa di colonialismo, stia aiutando Macron che infatti non si fa pregare. Accetta la sfida e alza il tiro. D'altra parte il silenzio della Le Pen è significativo. La leader dell'estrema destra francese, alleata a Bruxelles con la Lega, è sempre pronta a sostenere le mosse di Salvini - lo ha fatto anche sul caso Diciotti - ma ora si guarda bene dall'intervenire.

Contraddizioni del sovran-populismo che impedisce alleanze transanazionali o, come sostiene l'ex commissaria Ue Emma Bonino, frutto della «linea di Salvini tanti nemici tanto onore che ricorda ancora una volta ciò che accadde un'ottantina di anni fa. Resta il fatto che a palazzo Chigi come al Quirinale si guarda con preoccupazione a ciò che resterà dopo le elezioni europee di maggio. La posta in palio, nella sfida tra europeisti e non, è alta ma solo dall'Italia arrivano attacchi così pesanti ai paesi dell'Unione. La Francia è l'obiettivo scelto a tavolino dagli strateghi grillini, ma per motivi diversi anche Malta, Germania e Olanda sono entrati nel tritacarne. Mentre i vicepremier sono in perenne campagna elettorale, malgrado siano titolari di tre importanti ministeri, palazzo Chigi e Mef sono impegnati sul fronte della tenuta dei conti. Un nodo che dopo le elezioni di maggio, rischia di tornare d'attualità anche a Bruxelles dove sarà difficile rimuovere le macerie.
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Venerdì 8 Febbraio 2019, 08:39






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