Governo, nel programma al punto 26 spunta Roma più «attraente», il passo indietro che non rilancia la Capitale

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Governo, nel programma al punto 26 spunta Roma più «attraente», il passo indietro che non rilancia la Capitale

di Mario Ajello

Sembrava un passo avanti, e s’è rivelato un arretramento. Pareva finalmente il giusto riconoscimento alla Capitale e invece il riferimento a Roma, al punto 26, l’ultimo del programma rosso-giallo, ha quasi il sapore di una beffa. Due righe, per dire che Roma deve diventare una città più «attraente». Non solo per i turisti ma - grande concessione! - anche per chi qui vive o ci gravita ogni giorno. 

Evviva? Macché. Non si può sbrigativamente minimizzare questa città-nazione dedicandole soltanto l’aggettivo «attraente». Non è niente di più la Capitale dei Cesari, dei Papi e l’Urbe che ha civilizzato il mondo e riassume e rappresenta un intero Paese? 

Nel lago programmatico demo-grillino - in cui c’è la ridistribuzione senza crescita come tratto saliente del nuovo inizio a bassa intensità liberale e forte mainstream equo-eco-solidale - poteva spiccare come un piccolo segno di luce la citazione finale su Roma. Ma l’occasione è stata persa. Perché ci sono solo generiche dichiarazioni d’intenti su questa città. E addirittura siamo a un cedimento ancora maggiore - perfino rispetto al testo del Contratto tra Lega e M5S - sulla via della svalutazione del ruolo di Roma. Nel testo del governo giallo-verde, almeno, si specificava che si sarebbe voluta attuare con una legge dello Stato la riforma del 2010 su Roma Capitale. Stavolta, neanche questo. E Roma si accontenti dell’aggettivo «attraente». Che in mancanza di altro - come rilanciare la Capitale? Tramite la sospirata norma le attribuisca i poteri che hanno Parigi o Londra o Berlino? O attraverso quali altre vie e interventi strutturali e concreti? - appare offensivo nella sua vuotezza.
 
Ridare sul serio centralità a Roma non dev’essere solo un leggero fatto d’immagine e non significa soltanto farla rifiorire come luogo burocratico ma anche rivitalizzarla - e tutto questo non c’è nelle scarse righette - come grande sede produttiva. In una parola: farla crescere. Ma il niente del punto 26, e oltre alla beffa anche il paradosso, risulta troppo per quei sindaci Pd e M5S del Nord - se è vero che in queste ore Sala e la Appendino stanno protestando per il fuggevole riferimento alla Capitale - che evidentemente vogliono mimare e rilanciare fuori tempo massimo quel salvinismo anti-romano che ha già fatto i suoi danni. E proprio a causa di queste immotivate gelosie settentrionalistiche in salsa grillo-dem, si è evitato di dare più sostanza, più forza, al capitolo su Roma. E questo è un segnale a dir poco pessimo per una partenza cominciata in un senso contrario a Roma, quindi male non solo per questa città ma anche per la nazione di cui è simbolo e guida. E lo deve diventare, grazie a impegni concreti a tutti i livelli a cominciare da quello di Palazzo Chigi, sempre di più. Altro che «attraente»! 

Sembra che si parli di una città museo con questo aggettivo corredato da null’altro. Ed è la riprova di una mancata consapevolezza su Roma. La quale, a dispetto del nordismo di ritorno sotto altre tinte, ha bisogno che si agisca con determinazione, per invertire quel piano inclinato che negli ultimi anni l’ha condannata a una svuotamento industriale e a un tentato impoverimento burocratico-amministrativo, sull’onda dell’autonomia differenziata che voleva togliere e trasferire ministeri. Purtroppo il punto 17 («E’ necessario completare il processo di autonomia differenziata») aggrava il punto 26. E servirebbe grande chiarezza anche in questo: non può esserci rilancio, per quanto generico, della Capitale in un quadro di autonomia, anche se riformulata dal Pd in chiave meno hard (rispetto ala Lega) secondo il modello emiliano. 

In più, la svogliata citazione della Capitale ha il sapore di un gioco tattico e di un insieme di reciproche convenienze da parte di M5S e Pd. O più precisamente sa di aiutino stellato alla sindaca Raggi, e ancora una volta la Capitale si fa coincidere di fatto con il Campidoglio. Valgono di nuovo, in questo modo di concepire Roma, solo gli interessi particolari di chi momentaneamente guida l’amministrazione comunale e non quella che gli illuministici chiamavano «la pubblica felicità». 

Roma dovrebbe essere un’occasione da cogliere per un governo che si autodefinisce «di svolta». E non esiste maggiore discontinuità che interrompere l’andazzo della sottovalutazione di questa metropoli, riconoscendo invece - secondo la lezione laica dei padri del Risorgimento, a cominciare da Cavour - la sua inevitabilità. Ma evidentemente questa coscienza manca ancora. E se quelli che vogliono rifare l’Italia non capiscono che devono partire da Roma, rischiano di restare con niente in mano. 
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Mercoledì 4 Settembre 2019, 00:05






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