Una mina sulla ripartenza di Conte: legge sul voto e sbarchi gli altri nodi

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Una mina sulla ripartenza di Conte: legge sul voto e sbarchi gli altri nodi

di Marco Conti

Chi vorrebbe un conclave di maggioranza, chi un nuovo contratto e chi un'agenda. Il giorno dopo il video con il braccio di Beppe Grillo sulle spalle di Luigi Di Maio, tutti promettono - senza crederci troppo - che il governo possa arrivare a fine legislatura. Eppure su nessuno degli argomenti che vedono Pd e M5S su fronti opposti, dalla giustizia, alla legge elettorale e allo ius culturae, dalla riforma fiscale a quella del fondo salva stati, passando per elezioni regionali, ex Ilva e Alitalia, si è fatto un passo in avanti.

IL TEMA
La sensazione è che in questo momento a nessuno convenga affondare il colpo e si preferisca galleggiare. Giuseppe Conte, intervistato da Repubblica, si accontenta dicendo che «il governo non cadrà a gennaio», anche perché il 26 di quel mese si vota in Emilia Romagna. Sul dopo nessuno è disposto a scommettere, compreso il presidente del Consiglio. Si naviga a vista con il M5S ancora in pieno caos e il Pd costretto a nuove concessioni e, dopo aver chinato la testa su Quota100, taglio dei parlamentari e scudo penale per Taranto, si appresta a fare altrettanto su nomine Rai, prescrizione e decreti sicurezza. Su quest'ultimo tema ieri la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, ha detto di essere pronta, ma Di Maio frena e la discussione in consiglio dei ministri, slitta ormai da settimane.

Per avere in tasca l'arma carica del voto anticipato, al Pd di Nicola Zingaretti servirebbe trovare un'intesa sulla legge elettorale già a metà dicembre, quando - come da intese - un testo dovrà arrivare in Commissione. Nell'intervista di ieri al Fatto, Dario Franceschini rompe gli indugi e segna la strada che i Dem dovrebbero percorrere per arrivare più rapidamente a dama. Via il maggioritario - che in questi anni ha prodotto più governi della prima Repubblica dove vigeva il proporzionale - e accordo con M5S, IV e Leu che da tempo sono disposti a discutere di soglie, ma non di sistemi maggioritari.

Trovare un'intesa nella maggioranza su un sistema proporzionale significa anche tranquillizzare Luigi Di Maio che non ne vuol sapere di un'alleanza organica con i Dem e intende tenere il Movimento egualmente distante da Pd e Lega grazie anche ad una legge elettorale che non costringa il Movimento a dire prima del voto da che parte stare.

Per invertire la pericolosa china presa dalla maggioranza, servirebbe però altro. La scelta del ministro degli Esteri di disertare il vertice del G20 conferma come il leader grillino sia poco interessato al suo ruolo di governo e molto concentrato a tenere salda la sua leadership nel Movimento. Ieri l'altro Grillo lo ha confermato di fatto alla guida dei grillini in cambio di un più convinto sostegno all'alleanza di governo. Ciò che sta accadendo sul fronte delle intese in Emilia Romagna e Calabria conferma però che Di Maio non può, o non vuole, imporsi. Il risultato è un caos simile a quello che si è prodotto sull'emendamento che avrebbe dovuto reinserire lo scudo penale per l'ex Ilva ,tolto dal governo M5S-Lega.

Anche se i sondaggi per ora tengono e i neonati partiti di Renzi e Calenda poco tolgono, il Pd è il partito che rischia di rimanere con il cerino in mano e di dover pagare il prezzo più alto alle soluzioni che verranno individuate per risolvere due questioni, Alitalia ed ex Ilva, che comporteranno drastici riduzione di personale.
I venti di crisi e la regola del doppio mandato spingono molti esponenti grillini a non avere nei confronti di Grillo la deferenza mostrata sino a qualche tempo fa. Il rinnovato appello di Salvini ai senatori delusi del M5S conferma l'esistenza di un fronte che complica la tenuta della maggioranza. A gennaio la Corte Costituzionale si pronuncerà sull'ammissibilità del quesito referendario proposto dalla Lega, e un altro referendum, quello sul taglio dei parlamentari, potrebbe arrivare al traguardo congelando la riforma. Andare al voto anticipato, per eleggere il Parlamento con i numeri attuali e prima dell'entrata in vigore della riforma, potrebbe essere una tentazione non solo di buona parte del Pd, ma anche di quelle pattuglie grilline che nel frattempo saranno riuscite ad avere garanzie di rielezione proprio dalla Lega.
 
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Lunedì 25 Novembre 2019, 08:37






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