Riforma giustizia, M5S pronto a spaccarsi sulla fiducia. Il Pd: nessuna defezione

Domenica 25 Luglio 2021 di Marco Conti
Riforma giustizia, M5S pronto a spaccarsi sulla fiducia. Il Pd: nessuna defezione

«Per noi la riforma della giustizia è una priorità e il voto di fiducia lo darà tutta la maggioranza», sostiene ottimisticamente Enrico Letta. Dopo aver atteso per giorni il M5S, il segretario del Pd rompe gli indugi. La riforma c'è, alcune obiezioni sono state accolte dalla ministra Marta Cartabia, non è più tempo di traccheggiare ancora. Il 28 di questo mese si va in Aula con il voto di fiducia al maxi-emendamento messo a punto dalla Guardasigilli e chi c'è, c'è.

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LA CONTA
La linea di Mario Draghi è questa e si fa forte dello sbarramento posto con il voto di fiducia e con il supporto che l'intero consiglio dei ministri ha dato prima alla riforma e poi alla richiesta di voto di fiducia. Manca ancora il M5S. O meglio una parte di esso, almeno a giudicare parte della stampa di riferimento che continua ad usare toni beceri nei confronti della ministra e della riforma. Per Giuseppe Conte tale posizione resta un problema che gli impedisce financo di scegliere tra i 916 emendamenti presentati dai parlamentari M5S. La mediazione continua e il ministro Luigi Di Maio, malgrado le tensione interne, ne è un artefice anche perché, insieme ai colleghi ministri, ha dato già parere favorevole. Il punto di caduta, proposto dal Alfredo Bazoli (Pd), e che non trova ostacoli nella Guardasigilli, è quello di «un atterraggio morbido» della riforma che consente un avvio dilazionato nel tempo - lasciando tempi di improcedibilità più lunghi per uno o due anni - proprio per dare la possibilità alle procure più ingolfate di smaltire l'arretrato.

Alla compattezza dell'esecutivo, Draghi tiene molto lo ha compreso la ministra Dadone costretto alla retromarcia e lo ha compreso ancor prima la Lega quando ad aprile i suoi ministri si astennero in consiglio sul decreto riaperture. In quell'occasione l'irritazione di Draghi fu forte, al punto che Salvini dovette poi promettere che non sarebbe più accaduto. Diverso però ciò che poi accade nele aule parlamentari dove ogni leader risponde delle azioni del partito che guida. A Giuseppe Conte spetta il non facile compito di tenere insieme un MoVimento lacerato e che dovrà votare una riforma che cambia quella di un suo ormai ex ministro. Preda di forti spinte esterne, l'ex premier non sembra per ora intenzionato a dare il suo via libera anche perché teme possibili contraccolpi sul voto che il 3 agosto dovrebbe incoronarlo, sulla piattaforma, leader del M5S. D'altra parte con una maggioranza così ampia palazzo Chigi potrebbe governare con tranquillità anche con maggioranze variabili. Quando Letta dice di essere convinto che tutta la maggioranza si mostrerà compatta, lancia un avviso proprio al M5S e in un certo senso subordina a questo voto il rapporto con i grillini.

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LA FIDUCIA
Quindi, se per Draghi non rappresenterebbero un problema quella manciata di voti contrari, di astensioni o, forse ancor più probabile, di assenze, per Conte si tratta di scegliere tra un possibile strappo con quello che ancora considera il core-business del M5S e il rapporto, già freddino, con i dem. Anche stavolta Conte ha provato a prender tempo, ma poichè con Bruxelles sono stati assunti impegni precisi, Draghi - e non il ministro per i Rapporti con il Parlamento D'Incà - ha chiesto e ottenuto dal consiglio dei ministri il voto di fiducia che rappresenta una tagliola anche per possibili rinvii del calendario parlamentare.
In realtà i voti di fiducia rischiano di essere più di uno e non solo perché a Montecitorio, a differenza del Senato, c'è anche il voto finale. Il maxi-emendamento, attraverso il quale si cambierà il testo in discussione da tempo, potrebbe essere infatti suddiviso in più parti. Ciò che dovrebbe sembrare scontato è che il testo non dovrebbe poi cambiare a Palazzo Madama anche se ieri Enrico Costa, deputato di Azione, chiedeva a Letta conto proprio dell'intenzione di modificare nuovamente il testo rischiando «tempi imprevedibili» per l'approvazione finale. Nessuna dilazione, spiegano dal Pd, Letta ha solo ricordato «che la legge avrà una lettura al Senato».
 

Ultimo aggiornamento: 26 Luglio, 10:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA