Draghi, la guerra e il patriottismo (diverso) di Salvini e Conte che non possono detronizzare il loro governo

La linea dei tre patriottismi. Quello ucraino. Quello europeista. Quello atlantista: chi ci sta ci sta e chi non ci sta faccia pure cadere il governo se ne ha il coraggio

Giovedì 19 Maggio 2022 di Mario Ajello
Draghi, la guerra e il patriottismo (diverso) di Salvini e Conte che non possono detronizzare il loro governo

La sua maggioranza un po’ non c’è più e un po’, ma chissà quanto e fino a quando, c’è ancora. Ma Mario Draghi mette il pilota automatico, nella grande rappresentazione dello sfascio in cui solo lui o quasi soltanto lui resta lineare, e insiste senza farsi distrarre dai distinguo e dagli sgambetti sulla direzione che ha imboccato all’inizio della guerra russo-ucraina e che nel discorso alle Camere oggi ha ribadito. Ed è questa. La linea dei tre patriottismi. Quello ucraino. Quello europeista. Quello atlantista: chi ci sta ci sta e chi non ci sta faccia pure cadere il governo se ne ha il coraggio. Ma il governo non cadrà - anche se a remare contro Palazzo Chigi ci sono Salvini e Conte avvolti non proprio limpidamente nella bandiera arcobaleno - e continuerà però a navigare in queste acque non tranquille e gonfie di putinismi caserecci, di dubbi gialloverdi, di mal di pancia sinistresi, di ipocrisie, di tatticismi, di penultimatum, di voci in libertà e di pacifismi o pseudo-pacifismi o finto-pacifismi a grappoli e trasversalmente distribuiti al grido: niente più armi a Kiev. Mentre Draghi, e il Pd e Forza Italia, sono per ancora armi a Kiev «se serve» (copyright premier). 

 

 

Il paradosso di Giorgia Meloni: con Draghi dall'opposizione

Il paradosso è che, mentre Draghi almeno a parole non ha dalla sua parte un pezzo di maggioranza, ha con sé la leader dell’opposizione, la Meloni che lui stesso ha ringraziato per le parole di appoggio alla linea governativa sulla questione ucraina. Se Salvini che è in maggioranza non è con Draghi, la Meloni che non è in maggioranza è con Draghi. L’impazzimento italiano. Ed è destinato a durare, perché la voce grossa anti-premier che stanno facendo Salvini («Draghi lo vada a dire davanti alle fabbriche, dove c’è chi rischia la disoccupazione, che pensa a mandare altre armi all’Ucraina», ovvero: solo se Zelensky si arrende ci sarà pace e lavoro) e Conte il quale invoca ancora un voto parlamentare sull’Ucraina. E il voto ci sarà, quando Draghi tornerà alle Camere per illustrare la sua partecipazione al consiglio europeo di fine mese, ma M5S troverà il modo per evitare di votare contro Palazzo Chigi, restando con niente in mano (a parte le prole iper-pacifiste caricate ad acqua fresca). 

 

 

 

 

La posizione (netta) di Draghi

La posizione presa stamane da Draghi sull’Ucraina insomma è netta. A marzo la linea di politica estera del governo è stata decisa e non si cambia per i legami personali dei leader della destra con Putin o per gli opportunismi dei populisti. Così agisce un grande Paese. Questa la morale del suo discorso. Nel quale, tatticamente, la parola «armi» il premier non l’ha mai usata. Né ci ha tanto discettato attorno - sulle vecchie, sulle nuove che saranno inviate, sul finché sarà necessario - limitandosi semplicemente a ricordare agli smemorati che il governo si muove nell’ambito della famosa risoluzione del primo marzo, votata da tutti, che fissa la cornice politica e militare del nostro sostegno all’Ucraina. E rende legittimo sfornare quei decreti sull’invio di armi, che vengono contestati da pezzi di maggioranza.

 

 

I tre patriottismi

Non ha voluto forzare né provocare Draghi: ma sui tre patriottismi (ucraino, europeista, atlantista) non transige. Il fatto che la Meloni, insieme al Pd, sia l’unica che lo applaude davvero è la riprova delle difficoltà della maggioranza ma il premier sa che in tempi di guerra nessuno oserà toccare davvero la stabilità governativa e dunque avanti tutta. E l’intendenza, come diceva Napoleone, al quale si paragonano in tanti ma non certo Draghi, seguirà. La linea è quella della durezza delle sanzioni (sempre che si riesca a fare il sesto pacchetto) e sostegno militare per piegare Putin da un lato e offensiva diplomatica dall’altro per costringerlo al negoziato. Non piace a tutti questa posizione? Tanto in guerra nessuno si può sganciare dalla maggioranza e dunque si balla, si fibrilla, ci si scontra, si fa polemica e tutto fa brodo ma non sostanza.

 

 

La (doppia) campagna elettorale

La doppia campagna elettorale, le comunali il 12 giugno e le politiche nel 2023, armano le posizioni dei vari partiti e si tratta appunto di giochi di propagande, praticati a favor di elettorato e la parola «pace-pace-pace» (come se altri volessero la guerra-guerra-guerra) è diventata la bandiera sventolata in aula e fuori, con questo sotto testo: cari italiani, o arriva subito la pace o i costi della guerra continuate a pagarli voi nelle bollette e nei posti di lavoro persi. Il populismo non disarma mai, nel paesaggio o pollaio politico-parlamentare italiano. Dove Salvini si diletta in consigli su una Conferenza di pace, con l’aiuto del Vaticano, confidando che Putin risponda a telefono sia a Draghi che al Papa, e la capogruppo dei Cinque stelle Maria Castellone propone anche lei una Conferenza di pace chiedendo, al contempo, al premier di andare in aula più spesso come faceva Conte (in verità erano più le conferenze stampa delle visite in Parlamento di Giuseppi) perché «la situazione cambia di ora in ora» e «ci deve spiegare come faremo a scongiurare il rischio di una terza guerra mondiale». 
Si parla e si straparla, si strappa anzi si minaccia di strappare ma non si strapperà, ci si combatte sapendo che nessuno può affondare il colpo e chissà se all’italiano medio questo spettacolo stia piacendo oppure no. Quel che è certo è che continuerà a lungo e non aiuterà i partiti - non tutti - a migliorare la propria immagine.

 

 

Ultimo aggiornamento: 18:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA